Universi paralleli, le 10 parole chiave per comprendere le webze

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A inizio anni duemila, quando per connetterti a internet dovevi attaccarti col doppino telefonico per accedere al magico mondo del www (prendendoti gli insulti dei genitori perché gli costavi un’ira diddio), le webze musicali erano già abbastanza diffuse. Diretta evoluzione delle fanzine cartacee, hanno in breve tempo aumentato i confini, occupandosi di generi specifici, molti altri generi specifici, tutto il possibile e oltre. Le più grosse erano definite portali, nel tempo il loro status si è evoluto arrivando ad autodefinirsi magazine online, periodico online, quotidiano musicale online (questi idioti eravamo noi, fino a quando non abbiamo capito che veniva a costare un botto e serviva un’altra ragione sociale per fare due soldi in croce) e via dicendo.

Ciò che non si è granché evoluto invece è la tara mentale di chi questi portali (o webze se preferite farla più breve) li crea e li alimenta. Dato per scontato che ogni sito che parla di musica, a meno di avere già dietro le spalle un’azienda o un editore già inserito nel campo, nasce con l’unica volontà di potersi fare le foto con le band, vedersi concerti gratis e sentire prima i dischi rispetto alla loro uscita (una volta si diceva ottenere i dischi gratis prima dell’uscita, ora se va bene te ne danno una copia un mese dopo), sono pochi quelli che davvero sono riusciti a emergere dal mare magnum del web, diventato magma magnum negli ultimi anni grazie alla diffusione della dsl e della pirateria digitale, e imporsi all’attenzione generale.

Chi ce l’ha fatta tuttavia molto raramente ha trasformato quanto costruito in una realtà capace di mantenersi con la pubblicità e operazioni di marketing, rafforzando il proprio brand e garantendo un minimo salario a un paio di fortunati scribacchini (mamma mia che parola di merda) sul plotone di 20-30 collaboratori casuali e occasionali che alimentano i contenuti dei blog. Bravi e perché no fortunati quelli che ci sono riusciti. Noi non ci siamo evidentemente riusciti, o per lo meno non ci siamo riusciti abbastanza, dato che impieghiamo il tempo a scrivere questi post rosicanti e pieni di odio evidente verso l’umanità intera.

A parte questi dettagli, quasi tutti condividono determinati modi di pensare, di agire e forse anche di vivere. Di base ecco un elenco standard di dieci parole intorno alle quali nasce, vegeta e si sviluppa il mondo del webzinaro (piuttosto che del blogger musicale) medio, sia esso bimbominkia nell’animo, rappettone underground, hipster del cazzo, vecchio metallaro sfigato o finto rockettaro modaiolo. Perché sarà un caso, ma chi anni fa aveva un sito che parlava di videogames piuttosto che di cinema o sport, ora molto probabilmente avrà un paio di agenzie pubblicitarie ben foraggiate dai centri media che gestiscono gli spazi pubblicitari e gli permettono di vivere meglio la sua vita. I siti di musica invece sono rimasti bene o male sempre allo stesso punto. Strano eh? Vabbè, per lo meno ridiamoci sopra, provateci anche voi che vi prendete sempre troppo sul serio, alla fine domani (per chi è benedetto dall’averlo un posto) tornate a lavoro a timbrare ripensando felici di quando avete condiviso una birretta con Onkel Tom. Ah se ci tenete io faccio parte della categoria vecchio metallaro sfigato. Così, giusto per non mischiarmi col resto della plebaglia.

1. Esclusiva. Di base ogni webza ha un tot di esclusive e articoli in anteprima rispetto al mondo. Anche se si tratta magari di interviste che poco a poco usciranno su altri 9 siti o se si parla di conosciutissimi (…) artisti della scena folktronic o dell’etereo indiepop. L’importante è sbandierarlo ai quattro venti come avessi fatto una f2f con Freddie Mercury, o ancora come se avessi anticipato la concorrenza agguerritissima dei quotidiani che manco sanno di chi tu stia parlando. Oppure puoi sempre spacciare un testo tradotto (male) preso da altre testate piuttosto che spacciare per tuo il resoconto di una credibilissima trasferta a Hong Kong per la conferenza stampa di Paul McCartney. Crederci tantissimo e ribadirlo in continuazione. Sempre. Poco a poco un mare di gonzi ci crederà veramente.

2. Concorrenza. L’ossessione fissa di qualsiasi webzinaro che si rispetti. La paura di salutare gli altri che, come te, stanno aspettando sotto l’acqua da due ore quel cazzo di tour manager di cui ti ha lasciato il cellulare bosniaco quell’altra infame dell’ufficio stampa per incontrare l’ennesima band Scandinava che fa il verso ai Carcass. Perché sono concorrenti! Oddio questi mi portano via cento clic se li saluto e condivido con loro un po’ della sfiga che mi sta travolgendo quest’oggi. Li guardo con sospetto e se qualcuno mi attacca bottone, mostro indifferenza e serenità apparente, fingendo di non conoscere per nulla il nome di quel sito per il quale scrive il mio nemico (quando in realtà conosci e controlli anche le pagine statiche delle webze scritte in cirillico). D’altra parte chi ha mai sentito sto nome? Yau, iaoo, ihuu o forse yahoo, ora non ricordo bene…

3. Passione. Ciò da cui parte tutto. L’unica ragione per la quale passi le notti in bianco e a lavoro ti studi i manuali di programmazione e i bignami degli open source. In parte è anche vero lo ammetto. Per lo meno nei primi due anni è la passione per la colonna sonora della tua vita che ti fa andare avanti. O era così fino ai primi anni duemila. Quando inizi ad annusare l’odore degli sgabuzzini dove si sono cambiati i pantaloni i supporter dei Placebo durante l’ultimo tour, o riesci a farti firmare qualche cimelio da uno dei tuoi idoli senza doverlo per forza aspettare fino alle 3 fuori dalla venue del concerto, la passione lascia il passo all’ossessione. Vuoi di più, vuoi incontrare più artisti possibili, vuoi entrare gratis ovunque perché porca puttana sei vivalamusicabella.it e tutti ti fanno fare le esclusive!

4. Ossessione. La passione diventa quindi una frase fatta da sparare a chi ti chiede “ma chi minchia te lo fa fare a recensire tutti sti gruppi della sfiga di quest’etichetta che non ci guadagni una lira”, ma tu vai avanti a testa bassa perché sai che prima o poi verrai ricompensato dalla tizia di questa stessa etichetta (che ti sfrutta per avere un blog in più da screenshottare a video per inserirlo nella rassegna stampa da girare al capo che altrimenti non le rinnova lo stage). Certo, nel giro di 3 o 4 anni la label (o l’ufficio stampa, è lo stesso) ti inviterà alla conferenza della Pausini con 200 altre testate presenti. E tu sarai felice di vederla col binocolo dall’ultima fila visto che quelli davanti a te hanno tutti il posto riservato e il buffet più tardi. Ma in quel momento sentirai che la passione abbatte tutti gli ostacoli. E sarai pronto per tornare a casa e scrivere il tuo esclusivo pezzo a riguardo. Alla faccia della concorrenza…che nel frattempo sta filmando la videointervista singola con Laurona nazionale.

5. Presunzione. Inizia a subentrare quella sensazione che ti fa dire “io so come funzionano queste cose non c’è niente da fare”. Invece non sai proprio niente. Che non ci sia niente da fare è ovvio già da prima: vivi in un paese dove conta solo il nome che porti e affatto quanto ti sbatti, quanto sei bravo, quante visite fai, quanto fatturi. Però tu continui a credere di saperla lunga, nonostante questo seguiti a incazzarti come un’ape quando ti stampano alle richieste di accredito importanti, quando la tua band preferita viene a fare promozione e ti viene detto che è solo per le televisioni e cose del genere. Le dinamiche che stanno dietro a tutto questo sono molto meno scontate di quanto tu creda. Ovvio, anche dall’altra parte ci sono degli esaltati come te che magari si divertono a prenderti per il culo, esattamente come tu fai con la concorrenza, ma per scoprirlo davvero ce ne vorrà ancora di tempo…

6. Arroganza. Questa a dire il vero c’è dall’inizio, da quando ci si convince di avere in tasca la verità unica e la competenza assoluta su qualsiasi ambito del music biz. Devi fare vedere a questi ultimi arrivati che tu ci sei già passato, che sostanzialmente non hanno alcuna speranza di arrivare dove sei arrivato tu, e che è difficile trovare gente che ne capisca, anche perché quasi tutti quelli che lo fanno sono nel tuo staff, nella tua invincibile squadra di lobotomizzati che seguono la strada tracciata dall’hipster alternativo per antonomasia piuttosto che dal grande capo metallico che ha pranzato con l’ex cantante dei Toxik Holocaust.

7. Minchiate. Inizi a spararne più del solito, ti addentri sempre di più in argomenti che non maneggi ma di cui credi di conoscere ogni dettaglio. Oramai non ti limiti più a parlare di musica, concerti e interviste, inizi a parlare di banner (che continui a mettere a sbrega aggratis in cambio di un biglietto che a volte arriva e a volte no) a pagamento, di media partnership (sempre gratuite ovviamente), di sfondi da vendere e, perché no, di ottimizzazione e posizionamento, oltre che di fanbase e contenuti esclusivi s’intende. Hai molte possibilità di farla franca, dato che l’80% delle tue frequentazioni ne sa quanto te a riguardo.

8. Visite. Fai milioni di visite ogni mese. È così, hai un pubblico che legge quaranta pagine al giorno e che divora ogni tua esclusiva. Hai staccato la concorrenza, ti sei imposto nel panorama nazionale grazie alla tua autorevolezza e capacità. Sei insomma il numero uno (pure noi sparavamo qualcosa tipo la miglior testata giornalistica musicale indipendente d’Italia, non si sa bene in base a cosa e solo “testata giornalistica musicale” era una cosa effettivamente vera, ah la gioventù), lo dici in giro con arroganza pensando di essere in competizione con realtà che nemmeno sanno chi tu sia (e nel caso sanno benissimo che spari minchiate). La domanda a questo punto è, se fai così tanti numeri quanto guadagni?

9. Soldi. Solitamente le risposte sono due, o “lo facciamo solo per passione”, o “il necessario per mantenere l’hosting del sito e qualche spesa”. Entrambe sono delle minchiate, nel primo caso perché con quelle visite la passione potresti anche iniziare a remunerarla a chi si spacca le chiappe per il tuo tornaconto; nel secondo è talmente evidente che bluffi che nemmeno te lo si fa notare: un hosting dedicato per quei numeri che millanti ti viene a costare minimo tra i 100 e i 250 euro al mese, anche se forse dovresti iniziare a valutare la possibilità di tenerti un server in casa visto che sei così grosso. Solitamente i soldi li mette qualche buon’anima fuori di testa, oppure chi ne ha talmente tanti da poterne buttare via a caso (io sono solo quello fuori di testa purtroppo). Qualsiasi altra valutazione termina col tornare al punto 7.

10. Giornalista. La parola più bella. Sono tutti giornalisti. Chiaramente. Posto che per quanto mi riguarda l’ordine potrebbero abolirlo domani insieme alla cassa professionale, mi sta sul cazzo parecchio sentire un botto di persone che fanno i fiorai, gli impiegati al catasto piuttosto che i mantenuti definirsi così perché scrivono su una webza che manco è registrata in tribunale. E’ come se io mi definissi un fioraio visto che ho un blog che parla di fiori o di metrature, di fashion o alta società e Lapo Elkann. Per diventare giornalisti dovete scrivere per due anni in una testata ed essere pagati un tot all’anno (pure poco ma pagati). Quindi per fare i “direttori” dovete iscrivervi all’ordine, registrare la testata in tribunale, associarci una partita iva per le tasse che dovrete pagarci sopra e, in ultima istanza, ringraziare tutti i santi dell’avere un lavoro come fioraio, impiegato o figlio di papà e non dovervi inventare papiri simili per fare quelle duemila letture singole al giorno che vi permetteranno di fare la spesa anche questa settimana.

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