Band Of Horses la scaletta e le foto del concerto di Milano

I Band Of Horses si sono esibiti in concerto a Milano il 4 novembre 2012. Le foto della serata in cui i Nostri hanno proposto una scaletta di oltre venti brani, testimoniano la passione e il coinvolgimento che la band di Ben Bridwell, Ryan Monroe, Tyler Ramsey, Bill Reynolds e Creighton Barrett ha dedicato a tutte le canzoni suonate per i propri fans italiani. Di seguito la setlist eseguita: The Great Salt Lake, Islands on the Coast, NW Apt., Laredo, Electric Music, On My Way,  Back Home, A Little Biblical, Powderfinger, (Neil Young & Crazy Horse), Long Vows, Infinite Arms, Is There a Ghost, Weed Party, Everything’s Gonna Be Undone, Knock Knock, Ain’t No Good to Cry (The Hour Glass), No One’s Gonna Love You, The General Specific, Ode to LRC, The Funeral, Blue Beard, Cigarettes,Wedding Bands, Am I a Good Man (Them Two).

Autunno, tempo di barbe. Dopo la strepitosa performance dello statunitense Bon Iver, il 30 ottobre scorso, ecco che l’Alcatraz si prepara ad accogliere un altro gruppo d’oltreoceano, i Band of Horses, nella loro unica tappa italiana del Mirage Rock Tour, domenica 4 novembre. “Gente con la barba”, sento dire da uno degli addetti per descriverli a un suo collega, poco prima di entrare nel locale. Mi guardo un po’ in giro; devo dire che stasera il posto non è esageratamente affollato, niente sold out per il gruppo di Seattle, ma l’affluenza è tutto sommato discreta. Il gruppo a supporto della band non si fa attendere e per le 20.15 è già sul palco: sono i Goldheart Assembly, gruppo londinese che, alle linee melodiche del rock più tradizionale, fonde i tratti folk della west coast americana (Fleet Foxes e soci, per intenderci). La band per quaranta minuti ci propone, tra l’altro con un discreto successo tra il pubblico, estratti dal loro primo album, Wolves and Thieves, più nuovi brani inediti, che saranno inclusi nel prossimo lavoro.

Concluso il tempo del gruppo spalla, sistemato il palco e fatto il check degli strumenti, giunti infine i fan dell’ultimo minuto, che vanno via via a riempire alcuni spazi lasciati finora liberi, è finalmente giunto il momento per i cinque di fare la loro comparsa.

Ben Bridwell e soci non perdono granché tempo in convenevoli – sono lì per fare ben altro, e lo dicono loro stessi. Imbracciano così gli strumenti, è ed subito The Great Salt Lake ad aprire come meglio non si potrebbe le danze. A seguire un trio di classici che non ammette tregua: Island on the Coast, NW Apt. e Laredo, pezzi che vengono accolti da boati e grida d’approvazione da parte del pubblico. Più fredda  invece la risposta a brani più recenti, quali Electric Music, A Little Biblical e Long Wovs. I Band of Horses probabilmente sanno che il loro ultimo lavoro è contraddistinto da una fortuna piuttosto incerta, non ritenuto dai più (e non nego di fare anche io parte di questa schiera) all’altezza dei suoi predecessori, e quindi dei ventidue pezzi suonati durante la serata, solamente cinque fanno parte di Mirage Rock. Se da un lato questa può essere considerata una mezza sconfitta per la band, dall’altro il risultato è un concerto in cui il pubblico si dimostra quasi sempre coinvolto, mai immobile, e dove pressoché chiunque conosce i testi delle hit che hanno portato la band americana al successo e alla popolarità degli ultimi anni – e capiamoci, parliamo di un numero non indifferente di brani. Si arriva così al fatidico momento di Is There a Ghost, dove il sing-along è quasi obbligatorio (e non lo dico per via della brevità del testo), ed è impossibile non dimenarsi una volta giunti al breakdown. Vi dico solo che ho visto gente fare air banding con tanta foga da rischiare l’embolo. Stesso discorso vale per Knock Knock, gran singolone estratto da Mirage Rock, che suscita un gran fermento – segno che in fondo la band sa ancora azzeccare canzoni come un tempo. Un’attenzione d’altro tipo è invece quella riservata per No One’s Gonna Love You, eseguita in versione acustica; uno stupendo duetto tra Ben e il chitarrista Tyler Ramsey, un brano che commuove sempre come la prima volta. Ma la carica emotiva giunge al suo culmine qualche canzone più tardi, con quello che più di tutti è il manifesto del gruppo; si parla di The Funeral, acmè di poesia e musicalità, con il quale i Band of Horses ci salutano, prima del consueto encore.

Quando la band ritorna sul palco c’è ancora gente che canticchia versi dell’ultima canzone (come togliersela dalla testa, del resto), ma i Band of Horses non sono solo quello, e così ci si addentra nell’ultimo trio di canzoni, con Blue Beard (alla fine si ritorna sempre lì) a ri-aprire le danze; seguita dall’ultima vera hit della serata: Cigarettes, Wedding Bands, che smuove la folla ancora una volta. A chiudere, la band sceglie di eseguire una cover (la terza della serata) intitolata Am I a Good Man, dei Them Two, brano blueseggiante, le cui calde note segnano la conclusione di una gran performance di una band che, tra alti e bassi, resiste alla prova del tempo e si conferma come una delle più belle realtà della musica d’oggi.

Andrea Suverato. Foto di Rodolfo Sassano

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