Beatles Ad Amburgo Le Storie la scena l’inizio di tutto

Ad Amburgo ogni sera avevamo la schiuma alla bocca, andavamo a tutto gas per sei o sette ore consecutive e tutto era assolutamente incredibile. Mach shau! Mach shau! Quelli sì che erano giorni”. Questo ricordava, a trent’anni di distanza, un emozionato George Harrison nel rivedere e rivivere le folli notti passate dai futuri Fab Four – ai tempi erano ancora in cinque – nella città più eccitante e disinvolta che ci fosse in Europa all’inizio degli anni sessanta. Che il “Quiet One” ricordasse con tale nostalgia un periodo così sregolato della sua giovinezza, fa capire meglio di qualsiasi altra dichiarazione il valore di quell’esperienza di vita. Sottovalutare l’importanza che il breve lasso di tempo passato ad Amburgo ebbe sull’intera vicenda e sui successivi trionfi dei Beatles sarebbe quindi un errore imperdonabile, tanto quanto credere che la chimica di una band si possa creare artificialmente all’interno di uno studio di registrazione e non passando attraverso decine di ore a sudare di fronte ad ascoltatori non sempre disposti a darti una possibilità. Per i cinque ragazzini di Liverpool lo sbarco nella città tedesca nell’estate del 1960 non significò solo il passaggio all’età adulta, ma determinò anche una vera e propria trasformazione nel loro modo di intendere la musica: se è vero, infatti, come dichiarò Paul McCartney, che il loro ruolo nei pub fosse sostanzialmente quello di far comprare alla gente più birra possibile, è altrettanto evidente che, nell’arco dei due anni e mezzo in cui la band stazionò in modo regolare nei malfamati locali di St. Pauli, il celebre quartiere a luci rosse della città, la consapevolezza nei propri mezzi crebbe in maniera esponenziale, così come la loro abilità, fino ad allora poco più che dozzinale.


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Se pensiamo poi che fu proprio in quella città che i Beatles ottennero il loro primo contratto discografico e che le successive performance in compagnia di Tony Sheridan richiamarono l’attenzione di Brian Epstein, ci rendiamo conto di come quell’avventura non possa essere relegata a semplice cenno biografico di poco conto. In particolare fu il primissimo ingaggio a ricoprire un ruolo fondamentale nella storia della band: il loro agente dell’epoca, Allan Williams, aveva sapientemente indorato la pillola nel descrivere ai cinque i locali in cui si sarebbero esibiti, rendendo il tutto più “sorprendente” del previsto. La scena musicale amburghese non era poi così vivace e ben organizzata come Williams aveva voluto far credere loro, ma anzi si svolgeva in locali molto squallidi, in bettole non adatte ad ospitare per settimane le numerose band accorse in cerca dell’Eden promesso. L’esigente titolare dell’Indra Club, il primo a dare loro un vero ingaggio, pretendeva performance di sette, otto ore a notte per sette giorni alla settimana e il pubblico dimostrava di non essere molto esigente, purché il tutto venisse suonato al più alto volume possibile. Ancora Harrison ricordava come ai titolari dei locali non interessasse tanto la proposta musicale in sé, quanto che le band dessero spettacolo con grandi show al limite dello sfinimento, “mach shau” come gridavano spesso dagli spalti; una volta capito che il grossolano pubblico cui si trovavano di fronte amava un certo genere di numeri da circo, i musicisti iniziarono così ad affiancare alle canzoni le trovate più stupide, come quella di tirarsi capocciate a vicenda durante l’esecuzione di particolari brani.

Fu Lennon però a regalare al pubblico le performance più pazze e, talvolta, di cattivo gusto: oltre a suonare interi pezzi muovendosi come un gorilla, John apriva spesso gli show con un’esilarante imitazione di Adolf Hitler, con tanto di braccio teso, che metteva alla berlina le gesta belliche dei tedeschi nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Talvolta le cose si mettevano così male da costringere Lennon ad interrompere la farsa e cambiare sketch, ma in genere il senso di colpa provato dai tedeschi era ancora così radicato da tollerare persino un’ironia così tagliente da parte di un “invasore” britannico. In quanto al “rumore” voluto dal pubblico tedesco, questo era garantito dalla presenza di tre chitarre, altra caratteristica peculiare di questo periodo: se infatti la futura dipartita di Stuart Sutcliffe lascerà a McCartney il ruolo di bassista col quale passerà alla storia, in quel momento oltre ad Harrison e Lennon anche lo stesso Paul si esibiva alla chitarra ritmica, rendendo più corposo il suono di brani come “Long Tall Sally”, “Shakin’ All Over” o “Ain’t She Sweet”. Senza dubbio questa rappresentò anche la fase più rock ‘n’ roll che la band avrebbe mai vissuto, con annesso tutto ciò che la cosa comportava: se infatti sappiamo che, nonostante l’immagine da bravi ragazzi, anche in futuro i Fab Four non si sarebbero fatti mancare nulla, furono questi i veri giorni in cui il celebre motto “sex, drugs and rock n roll” finì per tatuarsi loro sulla pelle. E non avrebbe potuto essere altrimenti: pensate a cinque musicisti adolescenti in un paese straniero, abituati a vivere in una città industriale inglese del dopo guerra, che si trovarono catapultati nel quartiere a luci rosse più chiacchierato del continente, arrivando a mischiare i loro giovani sogni con una realtà notturna fatta di gangster, travestiti e spogliarelliste professioniste, la cui esperienza in campo sessuale non poteva certo essere paragonata a quella delle loro compagne di Liverpool.

Un divertito McCartney, all’epoca del monumentale lavoro fatto per l’Anthology, dichiarò che le stripper erano le uniche donne abbordabili al tempo, non perché egli fosse in cerca di sensazioni forti, ma perché alle cinque mattina sarebbe stato assai più difficile incontrare coetanee acqua e sapone con le quali intrattenersi. Alle prime luci dell’alba, nei locali in cui si esibivano era molto facile incontrare anche Ringo Starr, il batterista dei “Rory Storm & The Hurricanes”, che amava particolarmente l’atmosfera che veniva a crearsi quando il pubblico era ormai svanito e i musicisti finivano per suonare più per se stessi che per intrattenere la gente. Al futuro sostituto di Pete Best piaceva ascoltare i brani meno noti, i blues malinconici e le b sides che solo a quell’ora potevano trovare spazio ed era solito fare richieste, la più frequente delle quali era “3.30 Blues”, proprio per via di quel mood malinconico di cui era ammantato. Pur essendo un musicista professionista da più tempo ed avesse qualche anno più di loro, Starkey apprezzava anche il look dei “rivali”: i capelli pettinati in avanti con la frangetta che li poneva  a metà tra i rockers e i mods, le giacche di pelle senza risvolti, il tutto completato da stivaletti, erano qualcosa che non aveva mai visto e che nasceva dal contributo di Astrid Kirchherr, giovane studentessa d’arte e futura compagna di Sutcliffe, che aiutò la band a tornare per la seconda volta in Germania e che scattò le celebri foto in bianco e nero che ancora oggi rimangono le uniche testimonianze di quella formazione.

Nel corso delle cinque visite amburghesi, la band arrivò a totalizzare la bellezza di quasi trecento concerti, dei quali addirittura novantotto di fila nel 1961. Ma come fu possibile tenere ritmi così sostenuti per un lasso di tempo così prolungato? Di certo la giovane età rappresentava un aiuto non da poco, ma dormire pochissime ore e per di più in vere e proprie latrine (come le definì più tardi Lennon) non poteva non essere un limite. Inoltre, come già detto, spesso quelle poche ore venivano passate in compagnia di esperte amatrici, per le quali bisognava pur avere una riserva di energie che consentisse di non fare brutte figure. Ecco allora che, quando l’alcol in corpo era troppo o semplicemente la stanchezza arrivava al limite della sopportazione, i camerieri dei locali arrivavano in soccorso dei musicisti, regalando loro anfetamine di ogni tipo. Ringo ancora oggi racconta con stupore di come le farmacie fossero piene di pillole di ogni tipo, tutte vendute legalmente: la più gettonata era la Dexedrina, una dextro-anfetamina che aveva effetti imprevedibili sull’organismo: se eri distrutto, in un attimo tornavi come nuovo e potevi così suonare per altre tre ore come se nulla fosse. Basti pensare che lo stesso principio attivo veniva utilizzato anche in ambito militare, per costringere i soldati a missioni infinite di guerra e che finivano spesso per causarne decessi improvvisi. C’era poi il Preludin, utile perché in grado di far passare una sbornia in un batter di ciglia e di saziare l’appetito: Starr dichiarò di aver passato settimane intere cibandosi solo di birra e pastiglie senza nemmeno accorgersi dei rischi che stava correndo.


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Tutto molto ironico se pensiamo che, poco dopo lo scoppio della Beatlemania, più o meno alla fine del 1966, il gruppo decise di non suonare più dal vivo per dedicarsi sì alle sperimentazioni, ma anche per via delle difficoltà ad esibirsi davanti a migliaia di persone, le cui voci sovrastavano quelle del gruppo stesso. Pur rispettando assolutamente la devozione dei propri fan, il tempo impiegato da Lennon e McCartney alla ricerca delle armonie più ricercate veniva vanificato da concerti organizzati male e gestiti nel dilettantismo più sfrenato, senza badare alla qualità offerta. Col tempo, la frustrazione divenne intollerabile per tutti e il divertimento iniziò a sparire, così come il ricordo di quelle serate deliranti ma piene di entusiasmo, distanti poco meno di un lustro. Altrettanto interessante è sottolineare come il buon Pete Best, da molti considerato il musicista più sfortunato della storia del rock, grazie alle serate a St. Pauli rimarrà per sempre il batterista ad aver suonato per più ore dal vivo con la band: le oltre novecento ore accumulate in quei due anni, infatti, non vennero mai raggiunte da Ringo, che nei quattro successivi non poté nemmeno avvicinarsi a cifre di quella portata. La cacciata di Best, avvenuta proprio alla fine dell’avventura in terra di Germania, rimane uno degli episodi più dolorosi della vicenda del gruppo di Liverpool, tanto che Lennon a distanza di anni dichiarerà di essersi sentito davvero vile a lasciare che George Martin imponesse alla band quella decisione. Non andò certo meglio a Sutcliffe, che pure lasciò volontariamente il gruppo per amore dell’arte e della Kirchherr: entrato a far parte della band su esplicita insistenza di Lennon, che ne apprezzava l’immagine di ribelle alla James Dean, Stu presentava grossi limiti tecnici e la musica non sembrò mai essere il suo primo amore. Purtroppo, dopo averlo finalmente raggiunto attraverso l’arte, perse la vita poco più che ventenne a causa di un’emorragia celebrale. E’ forse per i molti lati oscuri che, nonostante l’oggettiva importanza di questo periodo per le loro carriere, i Beatles nel proseguo della loro epopea saranno sempre restii a parlare in modo approfondito di quegli avvenimenti, se non attraverso qualche racconto edulcorato.

Ogni libro sui Beatles cita Amburgo come un momento cruciale nello sviluppo della band. Si potrebbe addirittura sostenere che il cosiddetto sound di Liverpool sia in realtà il sound di Amburgo”. Con questa provocazione Spencer Leigh da inizio a “Beatles Ad Amburgo. Le Storie, la scena, l’inizio di tutto”, minuziosa ricostruzione di quello che fu uno dei periodi più importanti della storia dei Fab Four, ma che gli stessi protagonisti hanno sempre fatto fatica a ricordare con dovizia di particolari. I motivi di questa ritrosia da parte di artisti loquaci come i Beatles è facilmente spiegabile: erano giovani musicisti che per la prima volta visitavano un paese straniero e per di più soggiornando nel celebre quartiere a luci rosse di St. Pauli. Non è difficile capire che non tutto quello che fecero, se fosse venuto alla luce, avrebbe giovato alle loro giovani carriere. Ad Amburgo i Beatles, ancora nella formazione a cinque con Pete Best e Stuart Sutcliffe, non si fecero mancare nulla: spogliarelliste, droga e tanta, troppa musica dal vivo che li portò quasi all’esaurimento fisico, ma che ne forgiò la tecnica e ne rese unico lo stile. Insomma, partirono adolescenti alle prime armi e tornarono uomini pronti a conquistare le vette delle classifiche di ogni paese. Per coloro che pensassero che dedicare un intero volume alla breve avventura tedesca sia un’impresa di una certa difficoltà, la lettura dell’opera di Leigh aprirà un intero mondo pieno di personaggi straordinari ed esagerati.  Considerato il loro talento, il successo raggiunto negli anni a venire sarebbe probabilmente giunto in ogni caso, ma pensare che l’avventura tedesca non abbia avuto un peso considerevole sarebbe comunque un errore. Oltre a tutto ciò, il volume analizza in maniera efficace l’intera scena musicale e sociale del quartiere più scabroso d’Europa agli inizi degli anni sessanta, senza tuttavia dilungarsi sul resto della città che, visto i ritmi massacranti, le band in pratica non riuscirono mai a visitare per intero.

Luca Garrò

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