Crosses il nuovo album del progetto di Chino Moreno in uscita l’11 febbraio

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I Crosses sono un side project di Chino Moreno (voce e leader di Deftones e, successivamente, anche di Team Sleep) affiancato da Shaun Lopez (chitarra nei Far) e Chuck Doom. Il trio ha già fatto uscire due EP, e quest’omonimo è il primo lavoro sulla lunga distanza. Non si tratta di un album d’inediti, dal momento che raccoglie tutti e dieci i brani già apparsi nei due mini, rinforzati però da cinque nuove tracce. In pratica, acquistando “Crosses”, avrete in mano tutta la produzione della band. Una scelta caldamente consigliata, data la notevole qualità della musica composta dai Nostri. Il cd è qualcosa di più di un divertissement estemporaneo, anzi dice molto sulle ambizioni extra metal di Chino: in questo senso, se siete fan dei Deftones, dovrete aspettarvi qualcosa di molto diverso dal classico suono degli autori di “Around The Fur”. I Crosses, infatti, suonano un ibrido fra rock ed elettronica, in cui le aperture shoegaze, emo, dream pop e persino ambient sono frequenti e, soprattutto, essenziali nel definire lo stile della formazione. Uno stile spesso cupo e onirico, eppure decisamente più “rilassante” e quasi “pop oriented” rispetto all’alt metal della band madre di Moreno. Il disco uscirà il prossimo 11 febbraio, segnatevi pure la data.


Crosses – Track By Track

1) This Is A Trick: l’opener mostra subito le coordinate sonore che caratterizzeranno l’intero LP. Molta elettronica, compenetrata però dal classico triangolo chitarra – basso (Duff McKagan special guest) – batteria che porta a una sorta d’incontro fra witch house e alternative rock. Decisamente un buon inizio.

2) Telepathy: irrompono gli anni Ottanta, tanto che la parte iniziale fa pensare al più tipico synthpop. Ma non manca neppure il rock, condensato soprattutto nel chorus, in cui Moreno sfodera un’ottima prova vocale. Non sarà la sola.

3) Bitches Brew: il primo inedito, del quale è stato anche realizzato un video. L’intro è chiaramente di stampo trip hop, il canto soffuso e il chorus che segue può ricordare i Team Sleep. Si tratta probabilmente della canzone più pesante di “Crosses”, l’unica in cui le radici Deftones si fanno evidenti. Gli ultimi secondi, violenti e scartavetrati dallo scream del Chino, suonano come un omaggio al nu metal di 15 anni fa. Grande episodio, una botta d’adrenalina ideale per movimentare il cd.

4) Thholyghst: il pezzo più immerso in panorami darkwave. L’intro di chitarra arpeggiata paga più di un debito verso i Cure, poi però i synth virano su basi trip hop. L’esplosione del chorus nasconde un retrogusto emo, in cui però effetti shoegaze e una delle melodie più indovinate da Moreno realizzano uno degli apici emozionali di “Crosses”. La conclusione, dalle derive ambient e con tanto d’effetto d’organo da parte delle tastiere, suggella uno dei momenti migliori dell’album.

5) Trophy: si tratta di una delle tracce più distese. L’incipit ondeggia fra ambient e shoegaze, successivamente i tratti si fanno più distinti, mantenendo però le caratteristiche di ballad lenta e d’atmosfera. Compaiono, specie nel ritornello, tinte alla Duran Duran (“Ordinary World”).

6) The Epilogue: il secondo inedito, nonché singolo di lancio. Un buon modo di presentare tutte le sfaccettature del sound del complesso, dagli accordi di chitarra dark all’inizio, ai filler di batteria in pieno stile anni Ottanta, fino ad arrivare a campionamenti hip hop che si sovrappongono al riff wave della sei corde. Non manca neppure una ricca effettistica elettronica “spaziale”.

7) Bermuda Locket: un altro numero dai contorni nettamente soft. Il suono d’organo dell’intro lascia spazio ad una ritmica piuttosto blanda, prima che il sintetizzatore si produca in effetti quasi industrial; sempre sottotraccia, però, dato che il cantato e l’atmosfera complessiva rendono questa una delle composizioni più eteree e fluttuanti dell’intero disco.

8) Frontiers: la base trip hop e i clangori di basso e chitarra che si odono all’inizio danno il là a un altro brano dal discorrere narcolettico, animato però dal ritornello che, via via, prende più volume e consistenza. Qualche sample vocale e la coda in dissolvenza completano il quadro brumoso di un altro spaccato limaccioso della coscienza.

9) Nineteen Ninety Four: spazio alla psichedelia. Il terzo inedito di “Crosses” è quello in cui la presenza della chitarra assume un’importanza precedentemente mai riscontrata, e i riff dilatati e “miagolanti” donano alla traccia un gusto quasi Pink Floyd-iano. Nessun sussulto, nessuna mossa azzardata, solo un torpido numero d’atmosfera ideale per il canto sofferto di Moreno.

10) Option: probabilmente il pezzo più complesso. Da un lato trionfano le ornamentazioni ambient, shoegaze e dream pop, dall’altro il ritmo electro è frastagliato come non mai, ai confini con il breakbeat. Il chorus è molto riuscito, quasi “catartico” nella sua apertura ultra melodica, e ancora una volta il leader fa un figurone dietro al microfono.

11) Nineteen Eighty Seven: ad un primo ascolto sembrerebbe nulla più che un riempitivo. In realtà questo episodio, improntato ad un ambient/electro lentissimo e dalle scorie industrial, che si conclude con interpolazioni noise che aumentano d’intensità, custodisce un fascino molto intimo e particolare.

12) Blk Stallion: dopo il precedente ripiegamento interiore, i Crosses piazzano la canzone più “allegra” e smaccatamene pop del lotto. I sample hip hop dell’introduzione lasciano subito il posto a chitarre ultra new wave, che poi esplodono in un chorus in cui la presenza dei Duran Duran si fa davvero assillante. Anche le linee di basso e l’uso della batteria hanno più di un punto di contatto con gli autori di “Rio”. Episodio “su di giri” (tenendo presente l’aura complessiva del cd) e ideale da canticchiare. Ottimo quarto inedito.

13) Cross: una piccola parentesi strumentale lenta e siderale, che si avvicina al dark ambient, prima di introdurre beat quasi etnici. Poco altro d’aggiungere, a parte la vicinanza sonora con il mondo di “Ghosts I-IV” di Trent Reznor/Nine Inch Nails. Anzi, a ben ascoltare potrebbe essere un estratto di quel disco.

14) Prurient: dream pop/shoegaze intersecato da beat elettronici in chiave minimal techno. Peccato per il ritornello, troppo mieloso e anonimo per impressionare. L’unico passo falso di tutto il disco.

15) Death Bell: il quinto inedito chiude “Crosses” in modo sontuoso. Gli accordi solenni di piano introducono un episodio che oscilla fra un ambient etereo alla Brian Eno e sfumature alt rock in grado di ricordare i Radiohead. L’introduzione, verso metà traccia, di ritmi spezzati non fa che aumentare la componente emotiva del canto e delle tastiere. Difficile trovare commiato migliore.

Insomma, l’esordio dei Crosses è realmente un’opera convincente, che dimostra la voglia di Moreno e soci di uscire dagli schemi alt rock per provare qualcos’altro. L’unico punto a suo sfavore è l’eccessiva omogeneità dei brani, che spesso condividono le medesime atmosfere. Però, fin quando le composizioni sono di alto livello (e nel nostro caso 14 su 15 lo sono), si tratta di un problema minore. Prova del debutto superata a pieni voti.

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