Dream Theater quattro concerti in Italia da lunedì

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Lunedì 20 gennaio 2014 i Dream Theater inizieranno il loro mini tour italiano. La band sarà in concerto a Milano, per poi proseguire il viaggio nello Stivale a Firenze, Roma e infine Padova. Un così alto numero di date nel nostro paese non rappresenta una novità per il quintetto statunitense; lo stretto rapporto che intercorre con i fan italiani è ormai cosa risaputa. Ulteriore testimonianza di questo feeling transoceanico è il secondo posto in classifica raggiunto pochi mesi fa da “Dream Theater“, dodicesimo album in studio da parte della compagine originaria di Boston. Tenendo ben a mente il gusto medio dell’ascoltatore peninsulare, si tratta di un grandissimo risultato: per quanto la musica dei Nostri sia intrinsecamente melodica, rimane comunque piena zeppa di chitarrone distorte e impervi pattern batteristici, lontana quindi dalla classica canzonetta d’amore strofa – ritornello – strofa.

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Eppure, l’empatia fra i Dream Theater e una grossa fetta degli appassionati di musica nostrani non è certo casuale. Il motivo risiede proprio nello stile in cui gli autori dello storico “Images And Words” intendono il progressive metal, ossia un’unione di strutture marcatamente heavy, sulle quali spesso grava l’ombra dei Metallica (cfr. un album come “Train Of Thought”), e lunghe digressioni in perfetta vena settantiana, all’interno delle quali non è difficile scorgere soluzioni compositive adottate da nomi del calibro di Rush, Genesis, Yes, ELP, Kansas e altri mostri sacri di quell’epoca. E, guarda caso, proprio negli anni Settanta il rock italiano attraversava un’età dell’oro che non avrebbe avuto seguito: complessi come Banco del Mutuo Soccorso, Area e soprattutto P.F.M. (i più vicini alle soluzione del progressive inglese) riscuotevano un grande successo persino all’estero, e a volte risultavano più innovativi dei grandi nomi britannici. Seppure non i primi ad armeggiare con metal e prog (i Fates Warning di “No Exit” precedono di un anno il debutto del Teatro, “When Dream And Day Unite”), e neppure i più sperimentali (in questo senso gli Psychotic Waltz non si battono), i Dream Theater hanno avuto il grosso merito di tenere insieme il gusto per il virtuosismo strumentale e l’attitudine per la comunicatività più diretta e, spesso, squisitamente melodica. Alcune delle più belle ballad del prog metal tutto le hanno scritte loro, basti pensare a “Surrounded” e “Another Day” del già citato “Images And Words”, oppure alla gemma assoluta “Space-Dye Vest” che chiude l’altro capolavoro, “Awake”.


Già, “Awake“. Il tour appena iniziato in Portogallo (qui la scaletta del concerto) ha la particolarità di coincidere con il ventennale di questo disco, forse il punto più elevato mai raggiunto dalla band in tutta la sua carriera. Un’opera lunghissima, undici tracce per ben 75 minuti di durata, eppure meravigliosamente priva di filler. James LaBrie (voce), John Petrucci (chitarra), Mike Portnoy (batteria), John Myung (basso) e, last but not least, Kevin Moore (tastiere) danno il loro meglio in quello che può dirsi un perfetto esempio di metal moderno intriso di nostalgia verso le strutture compositive di vent’anni prima. Brani come “6:00″ e “Caught In A Web” spazzano via il pregiudizio secondo il quale la formazione sarebbe solo in grado di scrivere musica ricca di tempi dispari e riff intricati, priva però di qualsiasi calore. No, in questi casi la tecnica è sempre al servizio della canzone, ed anzi tale modo di procedere informa tutto “Awake”. Che, man mano che avanza, si rivela sempre più un album rigoglioso di chiaroscuri e mezzetinte: “Innocence Faded” compenetra melodia e progressioni chitarristiche in maniera felicissima, mentre per la strumentale “Erotomania” bisognerebbe aprire un capitolo a parte; la cupissima introduzione alle tastiere di Moore ha davvero qualcosa del progressive più tenebroso di marca Seventies, e il suo sviluppo verso una limpidezza quasi neoclassica (cfr. la parte centrale) ha del prodigioso. “Voices” è persino troppo famosa per scriverne ancora. Più interessante è invece soffermarsi su “The Mirror”, episodio ingiustamente sottovalutato; se il riff introduttivo è preso di peso dai Metallica post “…And Justice For All”, gli inserti di tastiera donano al brano un’aura quasi irreale (ancora una volta Kevin si dimostra fondamentale). “Lifting Shadows Off A Dream” è un’altra dimostrazione di quanto i Dream Theater di quei giorni sapessero stare in equilibrio fra atmosfere quasi crepuscolari e impetuosi crescendo d’emotività: probabilmente potrete gustarvela dal vivo fra pochi giorni, in compagnia di quasi tutta la seconda parte di “Awake”, compresa la cangiante “Scarred” (di nuovo il trionfo delle mezzetinte) e la struggente “Space-Dye Vest”, testamento alla band da parte di Moore, che poco dopo averla scritta lasciò il gruppo. E ancora adesso, soprattutto nelle ballad, la sua mancanza si sente eccome.


 

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