Fabrizio Bosso Quartet eccellere senza eccedere

Grazie a questi tre bimbi che sono stati seduti in prima fila, attentissimi. Grazie ai loro genitori per averli portati e ai miei che non mi hanno spinto a cercare un altro lavoro. Grazie a questo pubblico meraviglioso”. Al termine di un concerto elegante e raffinato, mosso come un mare agitato, pieno di fantasia e tiratissimo, Fabrizio Bosso si inchina all’audience sondriese in un Auditorium Torelli finalmente gremito a dovere per il jazz. Non c’è quasi spazio per gli applausi tra un brano e l’altro, il quartet (insieme a Bosso,Luca Mannutza al pianoforte, Lorenzo Tucci e alla batteria e Luca Bulgarelli al contrabbasso) fila via come un treno, tra bop e swing, sussurri e barriti, calpestii ritmici e scansioni imprevedibili. Grande musica e grandi interpreti, forse il miglior quartetto che si possa avere all’Italia è arrivato alla stagione CID-Circolo Musicale di Sondrio grazie alla collaborazione con AmbriaJazz, festival itinerante locale organizzato da ForteMente e diretto con passione da Giovanni Busetto, e la rivista Jazzit. Così il pubblico del capoluogo ha potuto assistere ad un concerto di grazia e forza, robustezza sonora e inventiva musicale. La tromba di Bosso scivola dall’iniziale “Stepping Stone” di Woody Shaw, una cascata di note sparata a velocità impressionante agli accenti blues della sua “3/4” mantenendosi in bilico tra omaggi ai grandi (da manuale la “April Mist” di Tom Harrell) e proprie composizioni (“In volo”).

Sguscia tra note doppiate e triplicate, hard blues e accenti brasiliani, con virtuosismo ma senza esibizionismo, mentre Tucci, onnipresente macchina del ritmo, si muove nervoso e preciso tra piatti e tamburi, Bulgarelli sottolinea con le corde del contrabbasso elegante e felpato, Mannutza tesse trame pianistiche suggestive e brillanti. Bosso è un solista che lascia spazio adeguato ai suoi musicisti, eccelle ma non eccede, spesso quando smette di suonare si scosta e si mette ad osservare attento la costruzione del suono, le mani dietro la schiena come un omino davanti al cantiere. Poi riprende a soffiare nello strumento e la musica si impenna. Sono sussurri e grida, soffi di vento impazzito, ballad rapinose e affascinanti quelle che escono dalla sua tromba magistrale. Davvero un set straordinario, quello offerto dai quattro musicisti, e infatti il pubblico sottolinea il suo entusiasmo al termine, alzandosi in piedi per una meritata standing ovation. C’è spazio per il bis e sarà una “Mack the Knife” spesso resa irriconoscibile, tra swing e divagazioni sonore.

Paolo Redaelli. Foto di Marina Magri.

 

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