Fenomeno Springsteen

Bruce Springsteen

I recenti concerti italiani di Springsteen ripropongono la solita domanda. Come fa un arzillo sessantenne (i prossimi, il 23 settembre, saranno 64) ad essere considerato oggi il miglior performer del mondo? La risposta viene da sola, probabilmente, assistendo ad un suo show. C’eravamo anche noi, sotto il palco a Padova, e lui, dopo due ore e mezza filate, incitava il pit a cantare “a little bit louder”. Semplicemente, noi, anche molto più giovani di lui, non ne avevamo quasi più. E il Boss a muoversi qua e la per il palco, ad infilare una dopo l’altra perle del suo repertorio fino all’apoteosi finale di “Twist and Shout” fuso con “La Bamba” che non è solo un modo fantastico di concludere un concerto, ma anche un omaggio a tutti quelli che ci sono venuti prima di lui, da Ritchie Valens agli Isley  Brothers ai Beatles. In mezzo c’era stata, per intero, la riproposizione dell’intero capolavoro del ’75 “Born to Run”, brano dopo brano nell’ordine del disco, con una “Jungleland” da brividi, un’ autentica West Side Story in otto minuti, romanzo popolare ricco di poesia, sangue e passione. Semplicemente perché un fan sventolava un cartello con scritto “Born to run changed my life”. E lui, serafico, in italiano: “Anche la mia”.

Sono cose che non fa più nessuno. Né si vede all’orizzonte un act capace di reggere la concorrenza con Bruce e la sua E Street, la speranza di tutte le garage band del pianeta, un gruppo di amici diventato la più grande rock band del mondo ed ora un collettivo affiatato di sedici elementi che produce un suono inimitabile e diversificato.
Forse, un’ altra risposta possibile è che Bruce oggi è ormai molto di più della sua stessa musica. I suoi concerti sono occasioni di festa, con i riti del palco che si ripetono davanti a generazioni sempre più nuove. Dunque, assistervi significa andare ad un magnifico party in cui si ripercorre, divertendosi come matti, la storia della musica popolare dagli anni Venti in poi, immergersi in un panorama rock in cui irrompono, via via, il folk (“Pay My Money Down”, “Death to My Hometown”), il blues (“Boom Boom”), il gospel (“Spirits in the night”) e tanto altro ancora.
Non si vedono ad altri concerti così tante persone felici. Felici di essere lì, genitori e figli, zii, nonni e nipoti insieme a condividere questi racconti sonori, storie di perdenti e di diseredati cantate da un milionario che pure riesce ad essere credibilissimo. Una persona sana, che ha avuto le sue cadute e le sue difficoltà (come la stessa America, del resto) ma si è rialzato. “The Rising”, appunto. Bruce non è soltanto un’incarnazione degli Usa, tra sogno e disillusione, ma anche un personaggio capace di parlare un linguaggio universale, comprensibile da un punto all’altro della Terra. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Se questo è sembrato un panegirico, provate almeno una volta nella vita l’esperienza di un concerto dell’uomo che chiamano giustamente The Boss. Mi saprete dire.

Paolo Redaelli


Condividi.