Grammy Awards 2014 tutti i video e i commenti alle esibizioni

grammy-awards-2014-video-commenti

Quella dei Grammy Awards 2014 sarà senz’altro ricordata come l’edizione record per la quantità e la qualità dei performer sul palco. A fare da padrone di casa  LL Cool J, rapper e attore, che sa ricoprire il ruolo con sicurezza senza essere invadente.
Per le prime esibizioni della serata, il filo conduttore è l’ambientazione dark. Iniziando con Beyoncé, in tutina nera con trasparenze retate provocanti, canta “Drunk In Love” insieme al marito Jay Z, (attuale Re Mida della scena hip hop/r’n’b), dando vita ad un corpo a corpo talmente hot da far intuire quanto la coppia sia passionale anche nelle mura di casa. Fermo restando che la performance ha trasudato eros dal primo all’ultimo secondo, il tutto risulta un po’ angosciante, considerato che il brano parla di un amore malato, morboso e folle. Un messaggio non proprio positivo, se vogliamo dirla tutta.


Il buio prevale anche quando a calcare il palco è Katy Perry. Vestita con un abito nero con una croce rossa su tutto il petto e circondata da ballerini vestiti di nero, sembra che all’interno dello Staples Center di Los Angeles sia piombata improvvisamente un’atmosfera post apocalittica. Tutto questo popò di ambientazione per promuovere, insieme a Juicy J, il terzo singolo estratto da Prism “Dark Horse”. Che, diciamolo, di Dark non ha nulla se non il titolo. E il rogo finale da Giovanna D’Arco de noantri, contribuisce ad alimentare un unico pensiero: What The Fuck?

E, per chiudere il “trittico dell’oscurità”, la rivelazione del 2013 Lorde. Nonostante la camicetta bianca, il make up marcato e le estremità delle dita intinte nell’inchiostro conferiscono alla cantante neozelandese un aspetto spettrale che poco si confà ad una ragazzina di 17 anni. Tuttavia, la commistione con la sua hit ammiccante al trip hop “Royals” che l’ha fatta conoscere al mondo intero, la rende una figura senza dubbio controversa ed affascinante. Qualcosa mi dice che non sarà una meteora.

Sarà perché sono italiana e, quindi, non culturalmente incline alla musica country ma, in tutta onestà…cheppalle! Keith Urban, alias “Mr Kidman”, ha fatto sfoggio della sua bella capigliatura, Hunter Hayes è una nuovissima leva del genere che, però, sembra dimostrare ancora delle incertezze vocali. E Kacey Musgraves? Tanto di cappello per aver vinto l’Award per Best Country ma non va oltre l’esecuzione del compitino perfetto. L’unica che risulta convincente (ma c’è da dire che, ultimamente, è molto più pop) è Taylor Swift. Look sobrio, voce sicura, piano suonato perfettamente, la Swift è la dimostrazione che per essere una teen idol non è necessario leccare un martello appollaiata completamente nuda ad una palla da demolizione.


Il mio personalissimo award per il coraggio va a Pink. No, non per aver duettato con Nate Ruess dei Fun – collaborazione presente anche nell’album della cantante statunitense nonostante, diciamolo, le voci dei due c’entrano come i cavoli a merenda – bensì per la parte riguardante “Try”, intrisa di numeri circensi ed evoluzioni sospesa a mezz’aria. Ammetto di esser stata col fiato sospeso sino all’ultimo, la cantante ha dimostrato ancora una volta stoffa da vendere.


L’altro motivo per cui verranno ricordati questi Grammys sono i duetti, alcuni del tutto improbabili ed altri convincenti, che sono andati in scena. Partiamo dai Chicago con Thicke: il cantante ha dimostrato ottime ed inaspettate doti da crooner dei giorni nostri, e i Chicago sono divertiti quando suonano Blurred Lines. Chi ha sentito la mancanza del twerking alzi la mano!

Gli Imagine Dragons, band rock rivelazione – non ho ancora capito il perché – dell’anno appena conclusosi sono affiancati da Kendrick Lamar, un vero animale da palcoscenico: i Dragoni ne escono rinvigoriti, e non poteva essere diversamente, dato il grandissimo giro di manovella che ha portato il rapper statunitense.


I vincitori a mani basse con mille award, ovvero i Daft Punk, hanno regalato un momento gustosamente dance, reso ancora più retrò dalla presenza del  mitico Stevie Wonder. Oltre alla gettonatissima Get Lucky, c’è posto anche per un classicone degli anni’70: Le Freak, resa celebre dagli Chic di Nile Rodgers, anche lui a dividere il palco con Pharrell Williams, Wonder e i Daft Punk. Certo che questi due robottini ci sanno proprio fare!


E dato che i salti indietro nel tempo ci piacciono tanto, cosa dire della reunion dei due unici Beatles ancora in vita, Paul Mc Cartney e Ringo Starr? A dire il vero, Starr è comparso sul palco già in precedenza durante la serata ma non è stata proprio un’esibizione memorabile. Dietro le pelli, invece, pesta ancora come i vecchi tempi. Non una canzone dei Beatles, bensì l’ultimo singolo di Paul Mc Cartney, “Queenie Eye”, la prescelta che li vede insieme. Unico elemento di disturbo – non in generale ma per la sottoscritta – un’inquadratura di mezzo secondo a Yoko Ono, presente in sala. Che sia stata davvero lei o meno la causa scatenante della rottura del gruppo, è stato un epic fail della regia. Inopportuno.



Uno dei live più attesi per la sottoscritta è stato quello dei Metallica e Lang Lang, pianista cinese giovane e talentuosissimo. Avevo dei dubbi: nonostante ami moltissimo sia le sonorità classiche che la musica metal old style, non era assolutamente scontata la riuscita del duetto. E invece c’è solo una cosa da dire: i ‘Tallica e Lang Lang hanno spaccato, caso chiuso. Con una versione di “One” assolutamente da brividi, Hetfield Trujillo, Hammett e Ulrich stanno ancora sul pezzo e il musicista asiatico conferisce un ‘impronta epica al tutto. Non date retta agli haters che inondano youtube di commenti negativi: sono assolutamente fuorvianti.


Last, but not least, il momento migliore e quello peggiore di tutta la serata. Macklemore and Ryan Lewis: eseguono Same Love, canzone toccante dichiaratamente a favore dei diritti LGBT. Queen Latifah interviene per celebrare le nozze di 33 coppie contemporaneamente, di qualsiasi orientamento sessuale, rendendo il momento emozionante. E dopo l’unione in matrimonio, Madonna entra in scena cantando “Open Your Heart”: dopo tanti anni, la regina del pop fa parlare di sé per un episodio positivo e non per una provocazione o un baby fidanzato. La cosa che mi lascia l’amaro in bocca è che, in Italia, un’esibizione di questo tipo non la potremo avere nemmeno fra 1000 anni. Ne abbiamo ancora da imparare, in fatto di parità di diritti.


La serata si conclude nel peggiore dei modi: Nine Inch Nails, Dave Grohl e Queens of The Stone Age. Reznor apre con “Copy Of A”, estratto dall’ultimo album Hesitation Marks. Inutile dire che non ci sono pecche, dal punto esecutivo. A Reznor subentra Josh Homme con “My God is the Sun”. Tutto sembrava procedere per il meglio quando l’esibizione è stata troncata a metà. Con ovvia e giustificatissima incazzatura di Reznor. A quanto pare anche gli americani, abituati a giganteschi sfarzi, sono in grado di fare la figura dei peracottari…

 

Condividi.