Indie Tune: le radici di Cesare Basile

Cesare Basile non ha certo bisogno di presentazioni: da anni è ritenuto dalla critica uno dei migliori autori italiani per classe ed eleganza, ma allo stesso tempo è sempre rimasto fuori da certe regole di mercato, dunque è considerato un vero un outsider. L’ultimo omonimo lavoro è frutto del suo ritorno in Sicilia, del suo impegno per l’Arsenale (Federazione siciliana per le arti e la musica) ed il Teatro Coppola occupato di Catania: può essere a tutti gli effetti definito il “disco siciliano” di Cesare Basile.

In primis la lingua usata: non tutte le canzoni, ma più della metà sono cantate nella lingua madre di Basile. Poi le storie raccontate, quelle di matti, anarchici, lavoratori di giornata, i potenti, le donne in ginocchio, assassini e tanto altro, con appunto una lingua che sembra di altri tempi ed invece appare fortemente moderna. Non è certo un caso che sia un album omonimo: Basile vi ritrova le sue radici, fra tocchi di rock e soprattutto folk che si rifà alla migliore tradizione del folk proprio dell’isola, con qualche tinteggiatura di blues. Si parte con Introduzione e sfida, in pieno stile tradizionale. La seconda traccia, Parangelia, dedicata alla poetessa anarchica greca morta suicida nel 1993 Katerina Gogou, è una delle più affascinanti: colpisce la cupezza dell’arrangiamento. Canzuni addinucchiata è scritta nell’idioma catanese e questo regala ancora più intensità al brano che parla di una donna in ginocchio per tutta la vita, lavoratrice, che prega tanto e viene usata sessualmente. I suoni ipnotici di Nunzio e la Libertà conquistano al primo ascolto: qui il dialetto si alterna all’italiano in un testo splendido che tratta della lotta per la libertà. Le percussioni e le chitarre acustiche fanno capolinea in “Minni Spartuti” la cui protagonista è una donna popolana che, colpevole solo di avere una meravigliosa bellezza, viene fatta uccidere dal suo amante. Ancora un’altra canzone toccante, L’Orvu, che parla di un cieco. Caminanti è la traccia più intima e minimale.

Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer è la più emozionante: le liriche sono ispirate liberamente a “Old judge Thayer”, la canzone in cui Woody Guthrie si rivolge al giudice Webster Thayer che condannò alla sedia elettrica Sacco e Vanzetti. Sotto i colpi di mezzi favori, con i suoi echi alla De André, chiude alla grande un disco che senza ombra di dubbio è fra i migliori degli ultimi anni. Da segnalare che nell’edizione in vinile c’è un bonus disc, Le ossa di Colapesce, in cui trovano spazio versioni acustiche di brani già noti.

Piero Vittoria


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