Joe Boyd intervista allo storico produttore dei Pink Floyd

Joe Boyd, come a dire un bel pezzo di storia del rock. Primo produttore dei Pink Floyd, amico di Bob Dylan, autore di un documentario su Jimi Hendrix, ha scoperto Nick Drake (di cui porta in giro un concerto-tributo) e Incredible String Band, Lonnie Johnson e Kate Mc Garrigle, ha collaborato con artisti di varia estrazione come Fairport Convention, John Martyn, Pete Townshend, per dedicarsi ultimamente alla musica etnica. E’stato a Bologna alla Libreria Coop a presentare la sua autobiografiaBiciclette bianche” (Odoya), insieme ad Eraldo Turra, Oderso Rubini, Pierfrancesco Pacoda, Emidio Clementi dei Massimo Volume.

Con quali artisti ha lavorato più volentieri? E con quali ne avrebbe fatto volentieri a meno?
“Ho un ricordo bellissimo di tutti i musicisti che ho prodotto, ma tengo più vicini al cuore  quelli che non ci sono più: Nick Drake, Kate Mc Garrigle, Chris Mc Gregor. Con John Martyn invece è stato uno “shotgun wedding” (matrimonio con il fucile alla tempia), voluto da Chris Blackwell, il boss della Island. Non mi è piaciuto lavorare con lui, soprattutto per il modo con cui ha trattato la povera Beverly, la sua compagna di allora, con la quale stava incidendo il disco”

Lei ha diretto l’Ufo Club, uno dei locali più importanti per la psichedelia negli anni Sessanta, da cui sono usciti Pink Floyd e Soft Machine, per fare qualche nome. Ci parli di quella esperienza.
“All’Ufo si stava in piedi, o sdraiati per terra, perché non c’erano sedie. C’era una pista per ballare e dopo mezzanotte proiettavamo dei film, ragion per cui la gente doveva mettersi sdraiata. Il locale era aperto dalle otto di sera alle sei del mattino, orario che sarebbe impensabile oggi, venivano un po’ tutti i gruppi di allora a suonare, compresi i Tomorrow con la loro “White Bycicles” che ha ispirato il titolo del mio libro. Sono stati anni meravigliosi, quelli dal 1965 al 1967, c’era una creatività straordinaria nella musica. Ricordo che Pete Townshend era venuto a sentire i Floyd ed era probabilmente fatto di Lsd, se ne stava accoccolato a guardare Roger Waters, che amava suonare il basso a bocca aperta. Ad un certo punto viene da me e mi dice, con gli occhi fuori dalle orbite: “Hey, Waters voleva divorarmi”. Pete resta un artista straordinario, capace di volare via e rientrare in se stesso al momento giusto. Il manager degli Who, Kit Lambert, l’aveva portato da un ipnotista tempo addietro. Così, quando scatta il nastro della registrazione, si accende l’ampli, cala il sipario, Pete è pronto. E’il musicista che non sbaglia mai ed un uomo eccezionale. Ho visto tanti concerti degli Who e lui era sempre a posto. In novembre esce la sua autobiografia, sarà interessantissima.”

Anche lei ha in cantiere un altro libro. Sarà sugli anni settanta?
“No, assolutamente. Non è successo niente di interessante per me negli anni Settanta. Il mio libro parlerà di quella che viene definita “world music”, cioè l’interesse verso le culture musicali di altri paesi, come il Brasile, Cuba, i Balcani. Sto producendo un artista bulgaro fantastico, Ivo Pappas.”

Come vede il futuro del rock? Se vede un futuro…
“Attualmente mi entusiasma poco la musica rock. E poi oggi i gruppi rock fanno musica per ragazzini, sarebbe strano se piacessero ad un vecchio come me. Credo comunque che il rock potrà rinnovarsi molto ispirandosi all’Africa, che è poi la terra dove tutto è cominciato. Da lì è arrivato il blues che, mischiandosi al country, ha originato il rock and roll. Non sarebbe male ripartire dall’Africa.”

Paolo Redaelli

 

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