Sanremo 2012 prima serata nessuna eliminazione vincono i jingle

Luca e Paolo hanno dato il via alla prima serata del Festival di Sanremo 2012: canonica satira tagliente e prevedibile, intervallata dalla rivisitazione di “Uomini Soli” (venuta molto bene) e del “Va Pensiero” (obbrobriosa). Citazioni di Benigni con divagazioni fallocentriche/fòcacentriche gratuite e omaggio al silenzio di Celentano, ma l’apice è probabilmente stato lo sputtanamento dell’inutile canone Rai, con la giuria demoscopica (plebe) confinata ai piani alti dell’Ariston in delirio e i soliti papponi, celebrità televisive e imboscati (upper class) in platea che non sapevano se ridere o applaudire ad minchiam come fatto per tutto il tempo. Il giorno in cui salteranno queste cialtronate simili ai posti in prima fila riservati per i giornalisti della casta alle conferenze stampa, probabilmente fallirà l’Italia e di conseguenza Sanremo. Non sarebbe un male tutto sommato.


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Se Morandi arriva emozionatissimo e la coreografia spaziale di Ezralow la lasciamo volentieri da parte, apprezziamo sicuramente la funkettara versione di “Also Sprach Zarathustra” in cui l’Orchestra da 60 elementi dà sfoggio delle proprie capacità: presumibilmente il pezzo migliore che sentiremo nelle cinque serate, non pompata tipo i Dream Theater che la facevano come intro ai concerti (la fanno ancora?) ma di buona fattura. Dolcenera apre il festival con “Ci Vediamo A Casa”, pop-rock elettronico con linee vocali rischiose ma sicuramente radiofoniche. Samuele Bersani con “Un Pallone” è tra i favoriti, si diletta in palleggi di classe, chissà se verrà capito. Il suo pezzo non è niente male ma lui stasera probabilmente era malato perché ha fatto giusto il compitino. Si blocca subito il sistema per votare, si vede che non tutti han pagato il canone e la Rai si è affidata a un software tarocco per risparmiare e pagare il cachet a Celentano: tutto a vacche dopo due pezzi. Panico assoluto, con Papaleo che arriva a fare il suo ingresso tra le balle di fieno che rotolano per l’imbarazzo dovuto all’incasinamento del sistema di voto. E’ passata un’ora e abbiamo sentito due canzoni, inclusi grazie a Dio i Toto usati come jingle per introdurre il primo artista. Si ricomincia senza sapere se si è votato per Bersani, partono i Kinks per presentare Noemi che su “Sono Solo Parole” attacca leggermente ma leggermente bassa per non decollare mai (ma proprio mai, anzi diciamo che sarebbe stato meglio manco fare l’imbarco e prendere un treno). Quanto senso ha sparare intro così fighi seguiti da pezzi che, come dire, saranno difficilmente epocali? Per acuirne la differenza qualitativa? More Than A Feeling” introduce Renga, che preferiamo ricordare sul palco del Rolling Stone di Milano mentre scapoccia con i Timoria di un tempo. “La Tua Bellezza” è insipida a oltranza ma la voce di Renga spacca sempre, poco da dire. The Doors per Chiara Civello, vediamo se ci accende il fuoco? “Al Posto Del Mondo” ha poco del jazz con cui la Civello flirta abitualmente, pop non scontato e discretamente orchestrato. C’aspettavamo di più da lei. Ma il voto va o no? Intanto entra Irene Fornaciari che ci saluta col gesto di Spider-Man (erano le cornine rock? No dai qua che c’entrerebbe?), però ha una canzone che ci piace, viaggia e Van De Sfroos sa scrivere bene. Non sarà sicuramente piaciuta a chi cerca la lagna sanremese. Altra pubblicità, Quando Piccolo Diventa Grande potrebbe essere il titolo di una canzone di Elio degli anni ottanta, ma il punto è: la giuria sta votando? O ha votato solo il primo pezzo e quindi Dolcenera vince a tavolino? Oppure salta tutto? Boh.


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Intanto arriva Celentano, preceduto da un epocale “Che cazzo è oh” di Morandi su una serie di spari, esplosioni e bombardamenti che speravo introducessero “One” ma invece nulla. Sulla parte del Molleggiato lasciamo la parola a chiunque, visto che se ne parlerà in ogni dove, sicuramente a sproposito. Quando canta la sa ancora lunga Adriano, questo è quello che interessa a noi. Jimi e Purple per Emma e i Marlene Kuntz. La prima ci mette davvero tutto quel che ha su “Non è l’Inferno”, incluse delle scarpe allucinanti e un impatto di tutto rispetto per la sua canzone: brava. I Marlene sono, secondo Morandi, “l’unica vera rock band italiana”. Ognuno ha le proprie opinioni, “Canzone Per Un Figlio” non è male ma rimaniamo su una linea di galleggiamento intorno o appena oltre la sufficienza. Finalmente arriva la foca, alle 23:35 playback di Elisabetta e Belen. E’ sempre bello comunque. Il resto s’intende, basta non cantino.


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Springsteen per introdurre Finardi con “E Tu Lo Chiami Dio”, classico arrangiamento e canzone indipendente senza grandi pretese a onor del vero. “Walk This Way” per Gigi D’Alessio e Loredana Bertè (in versione Benson-iana) che con “Respirare” piazzano il picco della serata…decidete voi di che tipo di picco si tratti, noi siamo rimasti favorevolmente stupiti, probabilmente la consapevolezza di non essere tra i favoriti ha permesso alla strana coppia di buttare giù un pezzo tarro che non sfigura (non ci credo ma sto scrivendo davvero questo?), alla faccia dei pregiudizi. Nina Zilli presenta “Per Sempre”, brano abbastanza sotto tono specialmente se paragonato all’impressione favorevole destata lo scorso anno. Soprattutto se entri su “Black Dog” degli Zep non puoi fare un pezzo così sciapo. Ecco. Pierdavide CaroneNanì” (splendidi gli Yes per introdurlo) insieme a Lucio Dalla un po’ direttore, un po’ seconda voce di un pezzo cantautoriale che merita di essere risentito almeno un’altra sera. Arisa entra sugli ZZTop e il suo pezzo è azzeccatissimo per l’ora (siamo oltre mezzanotte), non tanto per il titolo “La Notte”, quanto per il fatto che concilia col materasso. Chiudono i Matia Bazar con “Sei Tu”, loro la sanno lunga, peccato si limitino a riproporre lo stesso brano di N anni fa ancora oggi nel 2012.

Una puntata complessivamente terribile, piena di intoppi tecnici, attacchi dei conduttori sulla pubblicità già partita, Celentano che spacca a metà il tutto, canzoni davvero di poca consistenza con pochissime eccezioni. Ciliegina sulla torta finale l’annullamento delle votazioni della giuria demoscopica dovuti a un “guasto tecnico”. Domani andrà meglio, anche perché fare peggio è difficile. Meno male che c’erano i jingle!

J.C.

 

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