Sanremo 2014 Il resoconto della quarta serata

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Oggi sono in un ritardo imbarazzante e da licenziamento immediato, ma scusate, ieri sera appena finita la puntata sono partita alla volta della ricerca di Paolo Nutini. La cosa bella è che, cinque minuti dopo essermi arresa, l’ho trovato. Evviva.

La quarta serata del festival di Sanremo, quella dei duetti, è la più attesa da tutti. Non capisco bene perché, io voglio sentire le canzoni in gara al festival fino a farmi sanguinare le orecchie, ne voglio parlare per altri due mesi e voglio lamentarmi della classifica finale fino a farmi mandare a quel Paese da tutte le persone che mi conoscono. E invece, in fondo giustamente, una serata diversa ci vuole, e allora si cerca di alzare gli ascolti (quest’anno abbastanza mediocri) portando sul palco più personaggi possibili. Poi certo, come molte cose in questo festival, la maggior parte sono accoppiamenti assurdi, e sono proprio quelli che aspetto con più tredipazione.

Marco Mengoni è il primo a calcare il palco. Commento per sole donne: si è tagliato i capelli e ha detto arrivederci al ciuffo, a me piace lo stesso, mi piacerebbe pure biondo ossigenato. Elegantissimo nel suo completo, interpeta “Io Che Amo Solo Te” di Luigi Tenco. Prime mie lacrime della serata, prime di una lunga serie. Bravo.

Analizziamo in ordine le esibizioni degli artisti in gara:
1. I Perturbazione scelgono di cantare “La Donna Cannone” di Francesco De Gregori, e fin qui tutto normale, anzi, tutto estremamente bello. Peccato che abbiano invitato Violante Placido che poverina per la fretta ha lasciato i pantaloni sulla sedia in camerino, e io in mente ho solo l’immagine di Ezio Miccio che urla “triplo orrore” piangendo disperato. Cara Violante, già come attrice sei imbarazzante quasi quanto me cuoca, la cantante lasciamola fare a chi ha le qualità per farlo. Sospirare in maniera pseudo sexy in un microfono che se avesse le gambe scapperebbe via correndo più veloce di Bolt non vuol dire cantare. Vai via che hai rovinato una delle canzoni più belle che siano mai state scritte. Comunque ho pianto anche qui.

2. Francesco Sarcina si fa accompagnare da Riccardo Scamarcio, che si è fatto prestare le scarpe da Justin Bieber. Scamarcio si mette dietro la batteria perché a quanto pare è da quando ha 16 anni che si diletta con questo strumento, cantano “Diavolo In Me” e che birbante che sei Sarcina, ti chiamano il dannato del Festival e te scegli questa canzone, sei un vero punk. A parte quei vocalizzi alla Piero Pelù e le urla, dei quali Sarcina abusa, devo dire che non l’ho trovato così male. Ma non ho pianto.

3. Frankie HI-NRG e Fiorella Mannoia, entrambi elegantissimi e bellissimi, presentano “Boogie” di Paolo Conte. Perfetti, meravigliosi, superbi, sublimi, ci fanno addirittura un balletto, Frankie se questa esibizione contasse ai fini del risultato finale, secondo me arriveresti sul podio. Non ho pianto neanche qua.

4. Noemi si prende sulle spalle una grandissima responsabilità, provare a non rovinare quel piccolo capolavoro romantico che è “La Costruzione Di Un Amore” di Ivano Fossati. A me è piaciuta, l’ho cantata insieme a lei e mi è sembrata molto credibile. Qui, ovviamente, ho pianto.

5. Francesco Renga si porta dietro l’evitabile Kekko dei Modà, e non c’è bisogno che vi ricordi cosa penso di lui. Cantano “Un Giorno Credi” di Edoardo Bennato che poverino secondo me dopo 30 secondi si è messo il cilicio. Kekko dei Modà io non l’ho capito che ha fatto stasera, fatto sta che la sua voce risulta addirittura più fastidiosa del solito, e cavolo è un’impresa così titanica che io una medaglia al valore quasi quasi gliela darei. La vita non è un film ma non è nemmeno un karaoke, Renga e Kekko forse non lo hanno ben capito e quindi è tutto un susseguirsi di urla indefinite e una gara a chi va più in alto. Mica siamo a una gara di salto con l’asta. Piango ma per disperazione.

Di Silvan non ce ne frega niente.

6. Ron accompagnato alla chitarra dal maestro Maurizio Pica canta “Cara” di Lucio Dalla. La voglia di autoinfliggermi del dolore fisico così da soffrire di meno è tanta, fortunatamente, mentre scelgo tra il buttarmi del caffè bollente nelle orecchie e l’andare a casa Sanremo a bere quattro vodka tonic come fossero shottini, l’esibizione finisce. Comunque ho pianto perché quelle parole sono meravigliose.

7. Arisa con WhoMadeWho presenta “Cuccurucucu” di Franco Battiato. Il gruppo danese regala al pezzo un arrangiamento che a me ricorda i White Lies, però meno depressi. Voto 10 al suo look. Non piango perché decido di consevare qualche lacrima per l’arrivo di Paolo Nutini.

Il problema è che poi arriva Gino Paoli e allora è un bel problema. Ricorda la scuola genovese e inizialmente volevo fare la dura e fare finta di non apprezzare la musica di un tempo, ma poi capisco che io a fingere faccio schifo, e canto a squarciagola tutto il medley chiuso da “Il Cielo In Una Stanza”. Ho fatto quasi più casino che con Baglioni. Che bello l’amore, quando lo ascolti cantato da qualcuno. E’ bello emozionarsi con il vicino di postazione, ma da quello che ho letto sui social eravamo tutti emozionati, chi sul divano chi in macchina chi sulla sedia chi a letto. Manco a dirvelo piango e penso a quanto siano gonfi i miei occhi, poi mi specchio e piango ancora di più per ciò che vedo riflesso.

I quattro giovani finalmente vengono fatti esibire a un orario umano, e sembra quasi che gli organizzatori di Sanremo leggano quello che scrivo.

8. Con i big si continua con Raphael Gualazzi & The Bloody Beetroots con Tommy Lee. Sir Bor Cornelius Rifo ci stupisce dimostrando di avere una voce, che però non è un granché, o almeno non adatta a “nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno. Non mi piace niente, Gualazzi poverino sembra un gattino di fronte a un leone. Mi aspettavo di veder venire giù la scenografia, di vedere le coriste volare via, di vedere Vessicchio twerkare sul palco, e invece niente. Non piango perché i capelli di Tommy Lee sono troppo divertenti.

9. Cristiano De André canta suo padre, Faber. “Verranno a chiederti del nostro amore” è la mia canzone preferita in assoluto, e sono un po’ spaventata. Quando arriva alle note alte è identico a suo padre, il resto però è tutto meh. Tanto di cappello comunque a Cristiano per il coraggio e per la forza, io non ce l’avrei fatta. Piango perché non si può fare altrimenti.

10. Renzo Rubino porta finalmente sul palco un po’ di gnocca, che stasera è un po’ mancata, poveri voi maschietti, ovvero Simona Molinari. Intonano “Non arrossire” di Gaber e io già, provata dall’esibizione precedente, mi dispero. Rubino non è niente di che, ma la Molinari regala quel qualcosa in più che nel complesso rende l’esibizione godibile.

11. Giusy Ferreri cerca di nascondere la sua immagine da finta darkettona portando sul palco Alessandro Haber e Alessio Boni. Non basta tentare di ricreare un ambiente radical chic per farci dimenticare chi sei, Giusy, anche perché quando ti inquadrano intera si vedono ANCORA quelle scarpe da stripper, che a questo punto mi viene in mente che forse le indossi anche per andare in spiaggia o sotto la tuta della Roma per andare allo stadio, torni a essere quella che sei. Canta “Il mare d’inverno” di Loredana Bertè cercando di imitarla ma male. Haber sembra assente, come se fosse altrove a bersi una birra. Alessio Boni impeccabile. Sono così sconvolta che non provo nessun tipo di emozione.

12. Sono i New Trolls gli artisti scelti da Antonella Ruggiero. Canta “Una miniera” insieme ai DigiEnsemble Berlin, ma io ne approfitto per fare una pausa pipì quindi non so cosa succede. Niente lacrime.

13. Giuliano Palma ci regala una splendida esibizione. Esegue “I say i’ sto ‘cca” di Pino Daniele e finalmente mi riprendo un attimo dopo essermi stracciata il cuore per ore con canzoni strappalacrime. Bravo. Sorrido.

14. Riccardo Sinigallia è stato eliminato dalla competizione perché aveva già suonato il suo brano “Prima di andare via” a Giugno. Si scusa, penso che sia uno poco sveglio a pensare di non poter essere sgamato in questa era di smartphone sempre connessi, ma mi fa un po’ tenerezza quando dice “non sono mai stato abituato a tutto questo pubblico“. Gli viene comunque concesso di eseguire “Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli, accompagnato da Marina Rei, Paola Turci e Laura Arzilli. Molto primo maggio, ma ci sta. Io ho 140 pulsazioni perché sta per arrivare Nutini.

Arriva Paolo Nutini, e io mi sciolgo completamente. Twitto solo frasi sconnesse, lui ci regala “Caruso” col suo italiano maccheronico che meno male che hai origini italiane Paolo, non si direbbe. Però poi dice “Grazi” e allora gli perdoniamo tutto.

Poi prende la chitarra e intona “Candy”. Io, che lo sapevo già cosa avrebbe suonato, esplodo e spengo il telefono perché questi sono i momenti in cui noi donne facciamo un sacco di scemenze. Infine, presenta “Scream”, il primo singolo del suo nuovo album, leggermente diverso rispetto a quello a cui ci aveva abituati in passato. Comunque incredibile. Sei bravo Paolo, lo sei sempre stato e sempre lo sarai. Potresti anche buttarti sulla dubstep o fare un disco rap con Mike Skinner, il mio volto sarebbe sempre rigato dalle lacrime grazie alla tua voce a tratti così malinconica da farmi fermare il cuore. Continuo a piangere tantissimo, pubblico su facebook Candy, divento deficiente e per me il festival stasera finisce qui.

In fondo è davvero quasi finito, manca solo l’annuncio del vincitore dei giovani: è Rocco Hunt. Vittoria meritata.

Finisce così, con me che parto alla ricerca di Paolo Nutini, lo trovo, ed ecco che torniamo all’inizio dell’articolo. Stasera purtroppo stasera finisce. Chi vincerà non lo so ancora, io comunque mi sento di dire che sono tanto felice.

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