Sanremo 2014 il resoconto della seconda serata

sanremo 2014 seconda serata

Sono di nuovo le due, tra tre ore suona la sveglia, ma cosa vuoi che sua, direbbe Ligabue, quel Ligabue che ieri sera ha aperto il Festival e io non ho nemmeno citato perché avevo troppe cose da dire. Sanremo è Sanremo, e io alle 8 ho un treno da prendere che mi porterà proprio lì, quindi ci facciamo andare bene tutto.

La seconda puntata del festival è un po’ come il secondo album nella carriera di un artista: la più difficile (Caparezza cit. e forse ecco, sul palco dell’Ariston quest’anno manca una personalità come la sua), perché ormai la prima è andata e non ci si può fare molto, ma la seconda è la prova del nove, se sbagli pure quella allora sei sbagliato tu. Il giudizio complessivo è un po’ meglio di ieri, seguito da un lungo sospiro di sollievo.
Un inizio così a bomba con un Claudio Santamaria bellissimo nonostante i fili di barba bianchi, che ci ricordano che il tempo scorre inesorabile. Markettata all’ennesima fiction targata Mamma Rai sulla storia di qualche illustre sconosciuto, e ciao Claudio, è stato bello. Si continua sempre a bomba con le gemelle Kessler, più di settant’anni, e con uno stacco di coscia che fa invidia non solo a me, ma pure alle veline. La Littizzetto si rende da subito ridicola ballando con loro e urlando “ho ballato con la Raffa e anche con le Kessler!”, e un coro di “e chi se ne frega” si alza assordante nella mia testa.


Possiamo far iniziare la gara? Stranamente sì.
Ed entra Francesco Renga. E scusate ma io devo essere di parte, io Renga lo amo da sempre, la sua voce è una di quelle che se ce l’avesse un altro la odierei, e invece su di lui mi sembra perfetta. Mi aspettavo la canzone super romantica come è stato per i suoi precedenti Festival, e invece no, forse è in crisi con Ambra, Francy in caso quando vuoi vieni a bussare a casa mia che ti preparo la parmigiana. Ne passa uno, l’altro finirà nel dimenticatoio, quel luogo dove io non metterò mai Francesco Renga. VINCI PER ME.
Noemi è sempre stravagante, ma per me sempre bellissima. Finalmente ha lanciato nel Tevere quel maledetto rasta, ma la situazione capelli non è migliorata molto. La guardi e pensi che è adorabile proprio perché lei pensa di stare a un rave a Bristol, o in piazzetta a San Lorenzo, o in fila per entrare al Brancaleone, quindi la frangetta è cortissima, i capelli raccolti, e ai lati sono rasati. Vedi Giusy Ferreri, nemmeno Noemi è più una ragazzina, eppure li porta con stile, impara. I brani sono ben lontani da quella “sono solo parole” che tanto mi fece piangere, ma comunque al momento sono gli unici della serata che ricordi, entrambi. Possiamo farli passare entrambi e mandare direttamente a casa Ron? Purtroppo no. Ah, il vestito era bellissimo.

Poi arriva Giuliano Palma con lo stesso completo che ha a ogni concerto, a ogni ospitata, in ogni video, persino in quello con i Club Dogo che porca miseria l’hanno girato in spiaggia, e gli occhiali da sole. Allora Giuliano, sei Daredevil? Stai ancora al mare con Guè Pequeno? I flash dei fotografi sulla balconata ti accecano? Dai su. Il primo brano è scritto da Nini Zilli e sarebbe perfetto se lo cantasse lei, il secondo è “You can’t hurry love”. Cosa passa non lo so, ero troppo impegnata a mettere la testa nel pacchetto delle patatine per disperazione.

 

Finalmente il momento della grande domanda: ma cosa diavolaccio ci fa lì Renzo Rubino? Ok, ha partecipato a Sanremo giovani lo scorso anno. Ha vinto? NO. Ha avuto un anno stellare? NO. Vorrei ricordare che è stato escluso Alex Britti per far posto a questo qui. Ringraziando il cielo ci risparmia la polemica dello scorso anno e non parla di nessun argomento “scomodo” – non lo dico io che l’omosessualità è un tema scomodo, prendetevela con gli organizzatori – e presenta questi due brani che lui suona con fin troppa enfasi, che mi infastidisce. Calmati Renzo, che l’embolo è dietro l’angolo. Sbadiglio, mi annoio, non vedo l’ora che finisca. Finalmente succede ed entra Ron, guarda te se devo invidiare i momenti con Renzo Rubino. Probabilmente sono ignorante io, ma per me Ron è “vorrei incontrarti tra cent’anni” e stop. Usa la mia stessa tinta, ma lui se la passa anche sulla barba. Degno di nota, però, il coraggio di presentare un brano simil folk (sui social impazzava “Munford & Rons” e insomma, je piacerebbe) con addirittura un titolo e un ritornello in inglese, cavolo pura avanguardia? Tutto estremamente inascoltabile, stavolta la testa la metto nel pacchetto dei pop corn.

 

Riccardo Sinigallia è uno che se vai a leggere la sua bio su wikipedia ci resti secco. È colui che sta dietro a molti successi nostrani, da Max Gazzè a Niccolò Fabi ma soprattutto ai Tiromancino. Autore prolifico e capace, come autore però. A me come cantante non ha mai convinto molto. Leggo molti commenti tipo “troppo Zampaglione”, “è uguale alla descrizione di un attimo”, ed è evidente che ormai anche googlare un nome è diventato un gesto troppo pesante per voi. Capre.

Francesco Sarcina ha fatto una sola cosa stupenda nella sua carriera, e non l’ha fatta nemmeno da solista, ma con Le Vibrazioni, quindi questa svolta era piuttosto evitabile. Si chiamava “Ovunque andró” e aveva un ritornello bellissimo che canto ogni tot da anni ormai. Questo look un po’ anni 70 è insopportabile, lo sono le scarpe a punta, e lo sono i due brani che per me sono un grande “boh”. C’è sempre a un certo punto l’urletto e le parole strascicate che io sopporto solo cantate da Renga. Forse il vero outsider è lui, altro che Perturbazione.

Dei due super ospiti ne voglio parlare qui, nel finale. Prima cosa: Claudio Baglioni. Effettivamente ha una faccia piuttosto antipatica, è un dato di fatto. Le battute sui lifting, sul fatto che non riesca più a muovere il viso, sulle lampade, contano poco quando per mezz’ora ti ritrovi a cantare a squarciagola i suoi successi più importanti di fronte alla tv. Un medley che alla fine io non avevo più voce, “e sentirai di non avere amato mai abbastanza” e te stai lì che lo guardi e pensi che sarebbe così bello sentire versi del genere cantati dagli artisti in gara. Sembra sempre tutto così attuale, eppure di anni, nonostante io abbia più rughe di lui, ne ha. Quando resta a parlare con Fazio tutti ci chiediamo perché non hanno dato la conduzione in mano a lui, io vorrei che non smettesse mai, vorrei che facesse il bis di “Strada facendo” e mi faccio un selfie per ricordare la mia faccia, che così nazional-popolare non lo è stata mai.

L’altro super ospite è Rufus Wainwright, cantante del quale io non sono una fan accanita come invece sembrate essere tutti voi. Fatto sta che era stato presentato come l’anti Cristo e invece è, oltre a essere bellissimo, una persona con la faccia buona, una di quelle che mia nonna chiamerebbe “ciacione”. Una classe che ci lascia di stucco, dopo aver cantato un suo brano ci regala una “Across the Universe” che è di una delicatezza incredibile, per lui è un inno, per noi è un regalo. Fazio sbaglia completamente le domande dell’intervista, ma lo sta facendo ormai da due giorni quindi non mi lascia più di tanto sconvolta.
Prendere come autore qualcuno che almeno sappia chi si ha davanti è, evidentemente, davvero troppo difficile. Figuriamoci uno che sappia la differenza tra outing e coming out. Ma la voce di Rufus ci ha ormai talmente rapiti che facciamo finta che vada bene così. Ciao Rufus, da oggi hai una nuova fan.


Sanremo giovani, ormai, non ha più alcun senso. Far salire sul palco gli artisti a mezzanotte e dieci, dar loro quattro minuti netti per presentare il proprio brano e poi via, verso l’oblio. E noi spettatori che ce ne stiamo lì, con lo scotch sulle palpebre come Tom di Tom&Jerry, a cercare di non crollare. Dato che fate tanto i super cool caricando le canzoni tempo prima su internet, lasciatelo su internet il concorso, no? Facciamo che gli artisti si registrano un live in cameretta e noi li votiamo dal pc. E arrivederci.
Diodato ha un brano carino con un titolo bruttissimo, “Babilonia”, e lo urla a gran voce durante il ritornello, qualunque altra parola sarebbe stata più adatta. Fatto sta che è il migliore e infatti, insieme a Zibba, passa il turno. Zibba ha un tatuaggio sul collo talmente brutto che solo per quello lo avrei escluso, e invece piace, a me sembra solo la sagra della pasta e fagioli.
Gli altri due ce li possiamo anche dimenticare: Bianca è una sorta di Katy Perry plus size che canta col broncio alla Lana del Rey e a me ricorda molto un’altra Bianca, ovvero Bianca Atzei, e che il ciel ce ne scampi, una basta è avanza; Filippo Graziani, figlio del più famoso Ivan, mi ha talmente tanto annoiato che anche andare a googlare il titolo della sua canzone è troppa fatica. Stasera io me ne starò in sala stampa a cercare di capire se qualcuno la pensa come me.

 

Buona terza puntata a voi, io, finalmente, vado a dormire due ore e mezza.

Condividi.