Soul Boys of the Western World, il biopic degli Spandau Ballet visto da un fan dei Duran Duran

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Premessa introduttiva: fino a non molto tempo fa non sopportavo gli Spandau Ballet. Anzi avevo la classica repulsione nei loro confronti tipica di un Wild Boy. Grandi pezzi, grandissimi musicisti, ma ho sempre creduto che mancasse loro quel quid che lanciò, ad esempio, i Duran Duran nell’olimpo mondiale e nell’immaginario collettivo già dal primo disco. Li ho scoperti tardi ma, pur riconoscendo la grandezza di album come “True” e “Trough the Barricades”, l’opinione nei confronti della band capitanata da Tony Hadley e Gary Kemp si è mossa negli anni appena appena.

C’è voluto un biopic come “Soul Boys of the Western World“, nelle sale cinematografiche il 21 e 22 ottobre distribuito da Nexo Digital, per aggiustare il tiro sui cinque ragazzotti di Islington, quartiere londinese situato a nord della City. Una generazione nata in piena ricostruzione post-bellica che ha vissuto in prima persona una delle epoche più rivoluzionarie della storia della musica contemporanea. Una Londra che nel giro di un decennio ha stravolto le carte, passando dal rock alla disco e alle contaminazioni soul. Il tutto con quell’autentica scintilla esplosiva chiamata punk, durata una manciata di mesi ma capace di lasciare il segno.

Cinque ragazzi che, in pieno periodo delle scuole superiori, hanno dato origine ad uno dei nomi più importanti degli Eighties. La genesi del gruppo, la cui gestazione è avvenuta nella seconda metà degli anni Settanta, è un viaggio in filmati di archivio e nella storia del Regno Unito: troviamo spezzoni d’epoca del gruppo alternati ad amarcord di Top Of The Pops (il genitore di MTV guardato da ben 16 milioni di persone a puntata, “anche dalle nonne”) e camei di Rod Stewart, Stevie Wonder e David Bowie in tenuta da Ziggy Stardust.

Cinque musicisti che si sono inseriti come primedonne nel movimento dei Blitz Kids, ragazzi che orbitavano nel club Blitz, situato a Covent Garden, dal quale nacque il movimento New Romantic. La scelta del nome definitivo, arrivata dopo anni leggendo per puro caso la scritta Spandau Ballet in un bagno di Berlino, è il primo passo verso la storia. Due dischi di medio successo che avrebbero spianato la strada al clamoroso exploit di “True“, le cui registrazioni avvennero alle Bahamas e del quale, già in studio, band e addetti ai lavori erano certi del potenziale che avevano tra le mani. E quando parli di un disco che presenta tracce come “Communication”, leggende come “True” e “Gold” e una “Foundation” considerata come brano di seconda fascia, parti avvantaggiato anche se non lo vuoi.

Peccato che la parte riguardante la fase di definitiva ascesa degli Spandau Ballet sia sì di qualità, grazie anche ad un’accurata scelta di video d’epoca e un accostamento con la situazione politico/economica della loro nazione (tra cui un simpatico aneddoto di Margaret Thatcher e Bob Geldof che discutono di IVA), ma trattata in maniera scolastica: poche emozioni e pochi aneddoti interessanti, escludendo la parentesi Live Aid (nella quale vedremo il gruppo assistere al soundcheck degli Status Quo) e la presunta rivalità con i Duran Duran (in realtà ci piace pensare che nel backstage si facessero i gomitini e si ubriacassero un giorno sì e l’altro pure).

La parte più interessante è l’ultimo atto, nel quale viene trattato lo scioglimento e i tristi fatti degli anni Novanta, il cui inizio della fine è stato il reclutamento dei fratelli Kemp per una pellicola sui fratelli Kray. Aggiungete un disco deludente come Heart Like A Sky, l’ego di Gary Kemp ormai oltre misura (al punto di voler influenzare l’operato altrui) e il fatto che ormai l’alternanza disco-tour era diventata insopportabile e il tragico quadretto che avrebbe portato da lì a poco ad un silenzio durato quasi vent’anni era ormai delineato. Una situazione che degenerò poi nella seconda metà degli anni Novanta, quando il trio Hadley, Norman e Keeble perse una causa con Gary Kemp (il fratello Martin si dichiarò estraneo alla vicenda per il legame con il fratello e gli ex compagni) per questioni riguardanti le royalty dei pezzi.

Una situazione ormai lacerata (Hadley non avrebbe parlato con Gary Kemp per diversi anni) che si sarebbe ricucita nel terzo millennio, con quella reunion avvenuta tra il 2009 e il 2010 e culminata con una performance da headliner all’Isle Of Wight Festival, la cui performance di “Gold” chiude anche “Soul Boys Of The Western World”. Una pellicola che non è solamente un viaggio tra gli alti e bassi della storia degli Spandau Ballet, e un elogio a Tony Hadley come cantante simbolo di un’intera epoca (per non dire un Dio), ma un vero e proprio spaccato del lato più “popular” della musica britannica a cavallo di Anni Settanta e Ottanta.


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