The Rise And Fall Of The Clash, la recensione del documentario

the-clash-2014

Negli ultimi anni il rinnovato filone dei documentari biografici ha dato alla luce alcuni dei migliori prodotti del settore musicale, dischi compresi. L’avvento di internet, con tutte le sue nozioni, i suoi forum dedicati interamente ad una singola band, ma soprattutto i milioni di filmati caricati dagli utenti, spesso anche inediti, sembrava dover mettere inevitabilmente la parola fine su filmati che raccontassero le gesta dei grandi gruppi della storia del rock. Invece, un po’ a sorpresa considerando le menti che spesso albergano dietro al music business, tutto ciò ha costretto gli autori a trovare nuove vie, ad inventarsi soluzioni che andassero oltre il semplice film concerto o la biografia per immagini contenente le solite quattro interviste trite e ritrite.

Premesso ciò, distribuire un nuovo filmato su una band come i Clash, nel caso non avesse presentato veri spunti d’interesse, avrebbe potuto trasformarsi in un flop di dimensioni gigantesche: buone vendite iniziali legate al nome e chiusura dei battenti appena il passaparola avesse iniziato a circolare. Niente di più lontano dalla realtà dei fatti. “The Rise And Fall Of The Clash” ha infatti il grande pregio di focalizzarsi quasi completamente sulle infinite dinamiche disfunzionali che portarono allo sfascio del gruppo di Joe Strummer e soci e lo fa con un’onestà disarmante, considerata l’intoccabilità dei soggetti in questione.

In effetti, il titolo può ingannare, visto che della nascita e della scalata al successo della band viene raccontato ben poco: il documentario inizia infatti con le immagini del tour negli stadi americani, quello che la storia ricorda come il punto più alto della clashmania, ma che allo stesso tempo sancì anche l’inizio della loro parabola discendente. Con estrema onestà intellettuale, il film non tiene le parti di nessuno dei componenti della band, analizzando in modo approfondito le personalità di ognuno di essi e sottolineandone i tratti caratteriali, i comportamenti e le bizze che contribuirono a formare quel calderone di sentimenti contrastanti che finì per esplodere dopo l’uscita di “Combact Rock”.

Non troverete nessuna apologia di Joe Strummer, dipinto come la splendida personalità che fu ma senza nasconderne in nessun modo le molte colpe, come nemmeno di Mick Jones, fondamentale per ogni giorno vissuto dalla band, ma allo stesso tempo insolente e perso nell’autocelebrazione da successo mondiale. Nessuna indulgenza o racconto minato da tutto ciò che successe negli anni successivi,insomma, ma solo il racconto duro e crudo di come la situazione degenerò fino alla registrazione di quell’album grottesco che fu “Cut The Crap”. L’inevitabile riavvicinamento tra i membri originali, iniziato nella seconda metà degli anni ottanta e non avveratosi forse solo per via della scomparsa di Strummer, emoziona e sottolinea ancora una volta una delle grandi verità della storia del rock: l’impossibilità per dei ragazzi di poco più di vent’anni di riuscire a gestire in modo sano tutto quello che comporta diventare delle star e dei punti di riferimento per milioni di giovani menti.

Condividi.