Ultimate Warrior, tributo a chi mi ha cambiato la vita

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Ci sono due cose nella vita che non mi dovete toccare. La famiglia e Ultimate Warrior. E’ di poche ore fa la notizia del decesso del wrestler, all’anagrafe Warrior (questo era il suo vero nome anche per la legge, lo cambiò lo stesso lottatore abbandonando James Hellwig, suo nome di battesimo), nato nel 1959 e morto a 54 anni per un probabile infarto. Ed è da circa 24 ore che non ci sto dentro.

Oggi un po’ tutti hanno scritto le loro cazzate commentando alcuni articoli acchiappavisite (escludendo l’ottimo approfondimento della Gazzetta e il sito di wrestling numero uno di ogni tempo Tuttowrestling.com) sul decesso di una delle icone più significative del wrestling WWF (all’epoca c’era la F e non la E attuale) anni 80/90, periodo in cui anche nel paese di bigotti e finti moralisti da due soldi in cui viviamo, lo sport-spettacolo della federazione di Stamford aveva preso piede in modo pauroso. All’epoca Dan Peterson ci raccontava su Italia Uno, spesso a orari improponibili per dei bambini, cosa succedeva su un ring che vedeva alternarsi mega omoni (spesso gonfiati come degli hovercraft da steroidi di vario tipo) ognuno con la propria gimmick e le proprie peculiarità. Erano dei fottuti super eroi, c’erano i cattivi, c’erano i buoni, c’erano gli idoli.

Quello che molti bimbi come me impararono ad amare in quegli anni, era il fatto che quella messinscena che sembrava così realistica e credibile allora, aveva come scopo ultimo quello di raccontarti delle storie. Di metterti davanti agli occhi estremizzandoli i concetti di bene e male, di gioia e di paura, di amicizia e di tradimento, di rivincita, di forza d’animo e di volontà. Delle storie che gli interpreti principali (gli omoni drogati di cui sopra) riuscivano a raccontarti non solo squassandosi di colpi (spesso casuali e ben venduti) sul ring, ma anche durante le interviste, con la loro mimica, vivendo realmente i personaggi che un copione gli cuciva addosso. Delle storie che potevano farti arrabbiare o gioire…e che in fondo ti insegnavano qualcosa.

E Ultimate Warrior spaccava il culo. Un bestione di due metri che arrivava correndo e sbraitando, coi capelli lunghi, colorato in modo assurdo, che smontava il ring, faceva qualche power move agli avversari e se ne andava. Quando i match erano contro gente più tosta le prendeva, poi si gasava, reagiva e vinceva. Sono diventato metallaro ascoltando allo sfinimento la sua theme d’ingresso, ho capito cosa voleva dire credere sempre in sè stessi e lottare ogni giorno per raggiungere un’ideale, un obiettivo, rifiutando le scorciatoie e dando sempre il massimo, sollevando oltre la propria testa ostacoli che sembrano insormontabili e soprattutto a essere coerente, a non essere una banderuola e a difendere sempre e comunque i propri principi, le proprie convinzioni. Oltre che capire ovviamente quanto diavolo fosse figo fare headbangin’, correre come un pazzo, spararsi pose e fare versi e gesti senza alcun senso.


Ma queste cose non te le hanno insegnate i tuoi genitori? Certo ipocrita testa di minchia probabilmente hipster che leggi i miei deliri, anche tua madre mi ha insegnato diverse cose un tempo, ma qui si sta parlando del mito, dell’idolo di una vita, di qualcosa che personalmente va addirittura oltre i miei totem musicali di ogni tempo. Di qualcosa che è sempre esistita dentro di me dal momento in cui ho visto prima in televisione e poi allo storico Palatrussardi (nel ring contro Hercules in un match osceno e quindi nel parcheggio esterno) nel 1988 questa colossale presenza, la cui mano poteva stritolarmi il cervello con semplicità anzichè farmi pat-pat e sparire dalla mia vista per sempre.

Che poi si fosse fottuto il cervello immedesimandosi troppo in sè stesso senza più distinguere la fiction dalla realtà e ne abbia combinate di ogni fuori dal quadrato è un altro discorso, spesso imputandosi (con orgoglio e coerenza assolute però) su posizioni politicamente scorrette o anche idiote. Che gli ultimi tre giorni di riappacificazione con ex colleghi di lavoro nonchè di gloria assoluta e di comunione coi propri fans avuti proprio prima di schiattare sembrano scritti da uno sceneggiatore è qualcosa di incredibile. Che queste parole (vedi sotto), dette di fronte al mondo a poche ore dal riposo eterno sappiano di commiato finale oltre che di clamorosa lucidità, è altrettanto pazzesco. Potrei scrivere un libro, ma ho già fatto (e pianto) abbastanza.

“Every man’s heart one day beats its final beat, his lungs breath their final breath. And if what that man did in his life, makes the blood pulse through the body of others, and makes them believe deeper in something larger than life, then his essence, his spirit, will be immortalized by the storytellers, by the loyalty, by the memory, of those who honor him and make whatever the man did live forever.”


“Il cuore di ogni uomo un giorno batterà il suo ultimo battito, i suoi polmoni esaleranno l’ultimo respiro. E se quello che l’uomo ha fatto nella sua vita, fa pulsare il sangue nelle vene di altri uomini e gli fa credere profondamente in qualcosa più grande della vita stessa, allora la sua essenza, il suo spirito saranno resi immortali dai narratori, dalla fedeltà, dalla memoria di coloro che lo onorano e fanno vivere per sempre ciò che l’uomo ha fatto nella sua vita.” (Warrior, Raw – 07/04/2014)

Always Believe. Gone but never forgotten. \m/

PS: Guardatelo da 4:40 in poi. Era il 1992. Era notte inoltratissima, tipo come adesso, vidi in diretta tutto quanto su Tele+2, ricordo tuttora le litigate coi miei per abbonarsi solo per vedere Wrestlemania 8 live…

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