Youtube come Spotify: i rapporti con il mercato indipendente si incrinano

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Al momento in cui scriviamo la situazione è in pieno divenire, ma pare che il colosso dei video online Youtube abbia intenzione di proporre una sottoscrizione per il servizio di streaming online, mossa che sta provocando non pochi problemi con le etichette indipendenti, rappresentate dall’associazione di settore WIN (Worldwide Indipendent Network).

Youtube non ha ancora annunciato nulla di ufficiale a riguardo, ma in linea con la direzione intrapresa dal mercato musicale sta pensando alla creazione di un servizio di sottoscrizione che, in base a quanto riportato dal New York Times in marzo, prevedrebbe due tipi di abbonamento: 5 $ al mese con ads e 10 $ al mese senza ads. Sebbene non siano arrivate risposte ufficiali, una tale scelta da parte del colosso Google non sembrerebbe essere così sorprendente: le novità introdotte da Spotify e la sua diffusione a livello planetario obbligano Youtube ad un adeguamento della politica aziendale.

Da qualche giorno, tuttavia, il WIN sta sollevando pesanti dubbi sulla natura dei contratti proposti: anche se il servizio di proprietà Google sembra aver già stipulato accordi separati con le tre majors che dominano il mercato, cioè Sony, Warner e Universal, diverso trattamento sarebbe stato riservato alle indie labels, che a quanto pare dovranno subire accordi estremamente svantaggiosi e non negoziabili, con la minaccia, in caso di rifiuto, di essere rimosse dal sito.

“Crediamo che queste azioni siano inutili e indifendibili, senza contare che sono opinabili dal punto di vista commerciale e rischiano di danneggiare Youtube stesso”: questo è quanto scrive in una nota Alison Wenham, capo esecutivo di Win e presidente dell’Associazione di Musica Indipendente britannica, che nel frattempo ha invitato Youtube a ritirare questi contratti, senza tuttavia ricevere risposta.

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Cosa hanno di così scandaloso i contratti che Youtube ha imposto alle etichette indipendenti? La risposta è sempre la stessa: scarsa remunerazione. I legali del sito stanno semplicemente perpetrando la strada poco nobile intrapresa da Spotify, contro cui alcune personalità di spicco come Thom Yorke e Nigel Godrich hanno già avuto da ridire: l’asticella dei livelli standard di remunerazione per lo streaming è incredibilmente bassa, e quanto proposto da Youtube non farebbe altro che peggiorare la situazione, rischiando addirittura di provocare il collasso del sistema indipendente, che a differenza di quanto si potrebbe pensare produce una fetta imprescindibile del mercato musicale.

La notizia di accordi privati e diversificati tra Youtube e le majors non è dunque una novità: alle majors è riservato un trattamento migliore in termini di royalties (le retribuzioni derivate dalle vendite o dallo streaming dei brani) rispetto alle indie labels. Cambiano i supporti, cambiano i mercati, cambiano le modalità di fruizione ma gli squali e i pesci piccoli resteranno sempre tali, e come tali si comportano – o subiscono.

Un quadro piuttosto delicato; e in un periodo di grandi cambiamenti come questo, è impossibile imporre il rinnovamento senza provocare scontri e feriti.

Se dovessimo azzardare un’analisi di quanto sta accadendo, dovremmo necessariamente partire da un punto fermo: il sistema dell’abbonamento ai servizi streaming, di cui Spotify e Deezer rappresentano il modello, ha definitivamente preso piede e rappresenta il futuro prossimo del mercato musicale: lo testimoniano i piani di Youtube, ma anche le azioni di startup come l’italiana Soundtracker. Questa soluzione ha il merito di contrastare efficacemente, per la prima volta, la pirateria musicale, che, lo ricordiamo, non danneggia solo l’industria musicale in sé, ma soprattutto gli artisti, e per questo non può minimamente essere considerata una valida alternativa, neanche a livello politico o ideologico.

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Chi, tuttavia, crede di intravedere la possibilità di un comportamento etico in un giro d’affari così imponente ha ahimè vane speranze: dopo anni di difficoltà e incertezze le majors stanno finalmente intravedendo la possibilità di riprendere un cammino meno precario e stanno imponendo il loro gioco-forza, che va inevitabilmente a danno delle etichette indipendenti – più piccole, meno forti economicamente e dunque più esposte al ludibrio economico e giuridico dei lupi.

La minaccia di Youtube, riportata da WIN, di escludere il giro delle indie labels dal servizio streaming sarebbe certamente un duro colpo per il mercato indipendente, che storicamente ha sempre dovuto fare i conti con la dimensione del proprio mercato – senza dubbio più circostanziato – e la sfida offerta dalla qualità della proposta, quasi sempre innovativa, sperimentale, e dunque più difficile da vendere. Youtube e un altro servizio molto utilizzato come Soundcloud hanno in questi anni offerto un contributo essenziale alla costruzione di una solida fan base per le band e gli artisti indipendenti. Come sarebbe la musica di oggi, e cosa sarebbe la musica di ogni tempo, senza il lavoro delle etichette indipendenti? È inimmaginabile un mondo senza il loro contributo.

Sebbene sia difficile ipotizzare un eventuale successo di WIN nella trattativa con Youtube, altrettanto difficile è credere che Youtube potrà fare a meno di una tale fetta di mercato, che se in Italia ha un’incidenza tutto sommato dimensionata, in paesi come l’Australia, gli Stati Uniti, o la Gran Bretagna rappresenta una parte importantissima dei dischi in uscita ogni mese; alla fine sono sempre i soldi a farla da padrone, e chi la spunterà, infine, tra il prodotto e il servizio?

Gli sviluppi di un quadro così complicato potrebbero dunque riservare sorprese: c’è la concreta possibilità di imminenti cambiamenti che aprirebbero grossi spazi per nuove idee: nuove aziende potrebbero sorgere, o emergere, per colmare le lacune aperte da contratti sanguinari. Le etichette indipendenti, che intanto avanzano le giuste lamentele e organizzano la controproposta contrattuale, faranno bene ad aguzzare il proprio ingegno e trovare valide alternative, ché così è sempre stato. In ogni tempo la volontà di qualche imprevedibile e volenteroso giovane appassionato di musica ha dato vita a veri e propri scossoni al mercato musicale – su tutti potremmo ricordare l’incredibile rete indipendente che ha sospinto il movimento post-punk inglese nel quinquennio 1977-83. Oggi i tempi sono cambiati, ma non è cambiata la passione e la volontà degli uomini. Né ha meno importanza il lavoro che viene svolto a livello undergound. Sono certo che i veri eroi del mercato musicale sapranno cavarsi d’impaccio ancora una volta, magari riuscendo ad aggirare le insidiose trappole dei pesce-cani forzandoli, alfine, a rivalutare le modalità d’intesa.

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