Alter Bridge: AB III, anteprima del nuovo disco

Outune.net ha avuto sin dall’inizio la fortuna di avere un rapporto privilegiato con una band stupenda: gli Alter Bridge. A poche settimane dalla pubblicazione della loro terza release (vedrà la luce il 12 ottobre su etichetta Roadrunner Records), abbiamo avuto la possibilità di ascoltare il nuovo “AB III”. Eccovi le nostre impressioni al termine di una sessione d’ascolto che ha visto i 65 minuti e 44 secondi dell’album avvolgerci in modo magmatico dall’inizio alla fine. Un’esperienza che ci ha fatto conoscere gli Alter Bridge in una veste ancora diversa dalle precedenti indossate per l’ottimo “One Day Remains” e per il capolavoro “Blackbird”.

Un abito poco prevedibile alla vigilia: una scelta voluta, rischiosa e desiderata per lasciare il pubblico disorientato alla prima apparenza e costringerlo a un’analisi più accorta; per non confondersi con le mode del momento ma senza disdegnare la brillantezza di una produzione moderna, impeccabile, oltre alla consueta presenza di una delle voci migliori nell’intero panorama rock mondiale. Con un’occhiata maggiormente critica e profonda, probabilmente la consistenza del tessuto sonoro potrebbe risultare non gradita ai fan della prima ora e a chi, in fondo in fondo, non ha mai tollerato gli impegni “extra” della band con brand ben più affermati quali Creed e Slash. Detto questo, sottolineando che “ABIII” richiederà ben più di un ascolto per essere compreso e metabolizzato fino in fondo, eccovi le nostre impressioni sulle quattordici (!) tracce presenti nel cd.

Slip To The Void – Un intro atmosferico con la voce teatrale di un Myles Kennedy mai così oscuro, apre l’esperienza ABIII. A sorpresa l’intro stessa viene uccisa da un insieme di devastanti riff e cambi di tempo che proiettano la band in una nuova dimensione musicale, lasciando sempre però spazio alla melodia, che risulta vincente nel ritornello. Gli Alter Bridge si presentano così: prima ancora di capire cosa sta succedendo, ti hanno già fregato e portato con loro. Pezzo clamoroso.
Isolation – Non è più un mistero per nessuno da qualche giorno: il singolo trainante del nuovo disco è uno dei brani più metal e diretti che i Nostri abbiano mai scritto. Ascoltato senza la compressione del Youtube di turno è una mannaiata pazzesca in faccia che dal vivo sconvolgerà qualsiasi platea. Subito in evidenza l’importanza che Phillips e Marshall rivestiranno in quest’occasione: due schiacciasassi ritmici che lasciano libero il proprio estro e la loro furia esecutiva.

Ghost Of Days Gone By – Se qualcuno avesse già cominciato a lamentarsi per l’eccessiva monoliticità di “ABIII”, ecco servita la smentita: questo è un momento tranquillo, retto da una ritmica più lenta e da una linea di chitarra inusuale che potrebbe richiamare certi accenti di tale The Edge. Tranquilli, non si parla di U2 a lungo, in quanto nella parte centrale in cui in crescendo Myles Kennedy declama convinto “I don’t wanna die!”, Tremonti decide di scurire le tinte di un pezzo altrimenti innocuo, per confondere maggiormente le idee all’ascoltatore. Da approfondire.
All Hope Is Gone – Un Myles più Jeff Buckley che mai sforna un incipit acustico ed angosciante che permea tutto il brano fino alla svolta metal caratterizzata da un insieme di schiaffi distorti e saturi che pesano come macigni. Della serie: non adagiatevi sugli allori cari fan…
Still Remains – Molto attesa dagli shredder, questa è l’originaria “Riffariffic” (titolo che era stato diffuso inizialmente su alcuni forum di fan degli Alter Bridge, ndr). Un flash di “Come To Life” ci passa davanti agli occhi (e nelle orecchie) quando c’accorgiamo del cambio netto di tonalità tra strofe e ritornello. Funziona già bene di suo, quando poi Tremonti decide di sparare un riff ai confini del thrash metal ecco come l’headbangin’ e il mosh rischiano di partire anche con le scrivanie che ci circondano. Gran pezzo.
Make It Right – L’ascesa verso il rassicurante continua, grazie ad una strofa riuscita a tal punto che pare ne prevarichi il ritornello. Nemmeno il tempo di pensare che, arrivati quasi a metà disco, i soli di Tremonti e Kennedy si stanno facendo desiderare, ed ecco che Mark si prende un momento tutto per sé e dà sfogo al suo gusto compositivo, snocciolando un assolo lungo ma che mai scade nel già sentito o nel noioso. “Dai continua”, verrebbe da dire.
Wonderful Life – All’apparenza un classico lentone, in sostanza un lentone con qualche inserto elettrico e pomposo, vitalizzato da un Kennedy da pelle d’oca nell’incipit acustico e da alcuni palesi riferimenti a “Watch Over You”; non sconvolge ma si lascia ascoltare anche grazie a un’immediatezza che cominciava a mancarci.
I Know It Hurts – Sì, qui ci siamo proprio. Aperta dall’ennesimo riff, forse il più convincente di tutto “AB III”, “I Know It Hurts” è una piccola gemma dal ritornello denso di malinconia, sopraffatto dall’ormai prevedibile violentissima parte metal che spinge quasi alla necessità di sentire una parte in “growl”, che ovviamente non arriverà, ma che quasi non avrebbe infastidito.

Show Me A Sign – Proseguendo sulla stessa linea della precedente incappiamo in un mid tempo classico e cupissimo che si schianta contro l’imprevedibilità del break centrale, in un contrasto di stati d’animo agli antipodi. “moody record”, ha sentenziato Kennedy, che su questo brano e su altri (come anticipato, ndr) si è preso qualche licenza solistica; niente di più vero.
Fallout – Il trend positivo inizia a zoppiccare, il brano non fa strappare i capelli, si regge su una buona parte arpeggiata e su un ritornello che coinvolge. A dirla tutta a più riprese abbiamo ripensato a “One Day Remains”, nonostante i lidi del debutto siano stati abbandonati da diverso tempo, ma complessivamente questo pezzo passa abbastanza inosservato. Da riascoltare.
Breathe Again – Gocce di miele che straripano da un brano melenso al limite dell’eccesso. “Breathe Again” è la vera ballad del lotto e lasciatecelo dire, forse ci convince meno di tutto il resto, ma ha il merito di esporre Myles Kennedy alle luci di una ribalta che ha ormai ampiamente conquistato ed imparato a dominare. È lui il cantante del decennio ed i salti di registro, tecnici all’infinito ma mai schiavi della ragione, ne sono una prova probabilmente inconfutabile…
Coeur D’Alene – Ah. Sciabordata tra capo e collo che sorprende dal primo istante grazie ad un riffone di cui gli Alter Bridge detengono il copyright. La strofa scura è l’elemento chiave per conferire una visione a tutto campo. Mille spiriti si fondono insieme in un unico angosciante cuore pulsante. Uno degli highlights del disco.
Life Must Go On – Il brano che non manca mai. Dopo un disco così sconvolgente ci sembra quasi doveroso accogliere il classico Tremonti: strofa decisa, ritornello aperto e dalle grandi melodie e via con le arene in delirio. Ben fatto.
Words Darker Than Their Wings – Si erano sprecati paragoni con la titletrack di “Blackbird” per presentare la conclusione del concept (a proposito, verificheremo testi alla mano l’effettiva presenza di un filo che leghi tutte le composizioni, per ora ci siamo concentrati esclusivamente sulla musica, ndr). Non siamo del tutto fuori strada, ma in un ipotetico uno contro uno vince sicuramente la canzone del 2007. Questo non significa che “Words…” sia un brutto pezzo. È uno dei momenti più coinvolgenti e magnifici di tutto il platter, l’alternanza nel cantato tra Myles e Mark e il colossale ritornello preparato dalla band fa veramente sobbalzare sulla sedia. Il finale vede Kennedy spingersi al di là dell’umana concezione in termini di registri vocali. Un unico rammarico: poteva durare di più a discapito di un altro paio di brani precedenti…

Riccardo Canato, Jacopo Casati

MARK TREMONTI SALUTA OUTUNE.NET

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