[Hard, Rock, Progressive] Year In Review (2007)



Un paio di nomi che meritavano la singola ci sono, facciamo ammenda perché alcuni sono molto buoni, il resto sta a voi valutarlo. Classico e immancabile rapido riepilogo di ciò che ci siamo persi via.

 

 

The Poodles – Sweet Trade: battere il ferro finchè è caldo. Il primo era bello fresco, questo è godibile ma meno genuino visto che è uscito pochi mesi dopo per cavalcare l’onda del successo.
Sieges Even – Paramount: sequel interlocutorio del precedente e migliore “The Art Of Navigating By the Stars”, con troppa linearità nelle strutture, melodie fiacche e un progressive che non ingrana mai.
Hed (pe) – Insomnia: qualcuno sentiva la loro mancanza? No dai, vediamo di non essere troppo drastici. Come crossover hiphop-metallico ci può anche stare, però, opener e qualche altro episodio a parte, il disco non passa mai, come la noia che avvolge l’ascoltatore dopo una ventina di minuti.
Bokor – Anomia1: interessante progressive dalla Svezia, disco da scoprire e mai scontato. Da ascoltare per quelli che cercano sempre qualche novità, potrebbe sorprendere chi crede sia roba solo per onanisti. Bravi.
Tarot – Crows Fly Black: finto metal classico poweroso e darkoso, assolutamente inutile, noioso e paraculato da Nuclear Blast e tutelato dai Nightwish dato che Vietala, voce, suona lì. Cesso.
Hacride – Amoeba: buon disco dei francesi, che ripercorrono (tanto per cambiare) le strade percorse da Meshuggah e FFactory. Risultato buono perché ci sono molte altre influenze e sperimentazioni oltre a quelle riassunte sopra. Da ascoltare.
Blackfield – II: Wilson e Geffen si ritrovano per il secondo capitolo di questo progetto alternativo. Come per il predecessore, prima di prenderlo a scatola chiusa fatevi un giro sui maispais di rito, perché se vi fate influenzare dalla presenza della mente dei Porcupine, rischiate di ritrovarvi con un disco pop rock abbastanza scarso.
Neal Morse – Sola Scriptura: esercizio manieristico per Neal, il disco è sulla linea dei precedenti e purtroppo pochissimi brani valgono il prezzo dl biglietto. Non si discute ovviamente sulla competenza tecnica degli esecutori, il problema qui è proprio la qualità delle composizioni, considerando che da certi nomi ci si aspetterebbe sempre di più del classico disco ‘nella media’.
Danzig – The Lost Tracks Of Danzig: per i maniaci di Glenn questa raccolta è quanto di meglio si potesse sperare. Per chi conosce poco questo artista invece, consigliamo l’acquisto per lo meno dei primi due dischi di Danzig, capirebbero poco ascoltando questo doppio cd.
Diamond Head – What’s In Your Head?: fa malissimo dirlo, ma il grandissimo Brian Tatler dovrebbe chiuderla qui. Ok con i concerti ma se in studio poi esce questa roba, hard & heavy insipido e noiosissimo, è meglio lasciar perdere. Massimo rispetto all’icona DH, occhio però a non far finire troppo male questo monicker con dischi del genere.
Turbonegro – Retox: buon ritorno per i malati rocker che riportano indietro l’orologio ai tempi di “Ass Cobra”. Rock sporco e tirato, delizia per le nostre orecchie. A patto che non si consideri il fatto che non è detto si duri in eterno a furia di far sempre la stessa roba (a meno che non ti chiami angus o lemmy ma questa è un’altra storia).

 

 

Sum41 – Underclass Hero: qua in mezzo non c’entrano nulla, disco punkettino innocuo che non si filerà nessuno visto che il periodo in cui Mtv s’interessava a loro, Blink e puttanate del genere è fortunatamente finito.
Jorn Lande – Live In America: spiegate al buon Jorn di darsi una calmata, di smetterla di far uscire prodotti inutili e di far su un cd live come si deve, senza cover e coi pezzi di Worldchanger. Oppure di fermarsi un annetto e di tornare con un cd studio come quello citato sopra. Altrimenti resterà sempre una voce favolosa ma incompiuta. E mi fa male scrivere queste cose sul biondo.
The Cursed – Room Full Of Sinners: solo per il fatto che ci sia dentro Bobby Blitz questo cd è un fottuto capolavoro. (bobby blitz). In realtà l’esperimento heavy non è malissimo, ma dopo i primi tre brani è stato già detto tutto. Intanto a marzo gli Overkill suoneranno in Italia, e chissenfrega dei The Cursed…
Christian Death – American Inquisition: monicker storico che cerca di risalire la china dopo anni di anonimato. Senza dubbio il disco è godibile, ma i tempi d’oro sono oramai tramontati, e non sarà un po’ di elettronica a farli ritornare.
Puscifer – V is for vagina: Keenan, voce dei Tool, decide di rilasciare un dischetto sperimentale di elettronica che dice veramente poco. Dico ciò indipendentemente dalla mia antipatia per i Tool, non fatevi fregare dal fatto che ci sia dentro il vostro ipotetico dio della musica e tenetevi i soldi.
Hurt – vol. II: non male il ritorno sulle scene degli Hurt, autori di un volume I molto più rock di questo. Emozionale e melodico, forse troppo, merita una chance da chi cerca un prodotto meno immediato del solito.
Thrice – the alchemy index vols 1-2: Teppei Teranishi si lancia in un progetto molto ambizioso sui quattro elementi naturali. I primi due, fuoco e acqua sono un buon biglietto da visita, vedremo come si evolverà il concept.
Fuel – Angels and devils: bah, robetta per adolescenti che cercano qualcosa di diverso dal pop-punk. Scontatissimi e irritanti dopo un po’.
Alcest – Souvenirs D’un Autre Monde: dunque questo per molti è il disco supermegafico dell’anno. In sostanza è un album di rock atmosferico carino, che può sicuramente dare emozioni se vi trovate in attimi di depressione profonda, ma non il capolavoro diddio impedibile. Il lavoro è da segnalare se non altro perché a 21 anni, questa l’età di Neige, non è facile ricevere così tante attenzioni. Calma comunque.
Gov’t mule – Mighty High: scordatevi il southern rock e blues dei nostri, ora suonano reggae. Originale, volendo piacevole con qualche birrozza in corpo, ma assolutamente inutile.
London After Midnight – Violent Acts Of Beauty: per tutta la schiera di finti gotici della sfiga, sentitevi questo disco per capire cosa si intende per gothic rock suonato con le contropalle. E no, niente fighe che cantano o almeno ci provano mentre fanno vedere le poppe strizzate dal lattice. Bentornato Sean Brennan.
Tarja Turunen – My Winter Storm: intanto col metallo questo disco c’entra pochissimo. Ci sono diversi stili qui dentro, la voce di Tarja non si discute, anzi diciamo che la vediamo molto meglio come progetto solista che nei Nightwish che furono. Una nuova parte di carriera per lei, auguri!

P.N. & I.P.

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