L’Ultima Frontiera degli Iron Maiden: siete pronti a varcarla?

Photo by John McMurtrie

Dopo quattro anni riecco gli Iron Maiden tornare sugli scaffali con il quindicesimo disco di inediti della loro clamorosa carriera. Considerati tra gli esponenti maggiori della scena heavy metal da oramai trent’anni, Harris e soci hanno puntato molto su questa nuova release.

Un solo ascolto non è quasi mai sufficiente per qualsiasi disco, in particolar modo un album così lungo (76 minuti e 37 secondi) richiederà listening sessions ben più approfondite, tuttavia vi racconteremo le prime impressioni e le emozioni che “The Final Frontier” ha suscitato in noi che lo abbiamo ascoltato a volume relativamente contenuto qualche giorno fa. Intanto stiano tranquilli i fans di vecchia data: c’è ancora tanta voglia di suonare, di mettersi in gioco, di sperimentare (sì esatto) e di regalare momenti di esaltazione come pochissimi altri sanno fare. I detrattori o chi comunque non ha mai apprezzato il corso post-reunion del 1999 (o in genere considera “Seventh Son Of A Seventh Son” l’ultimo lavoro degno della Vergine) probabilmente non ascolteranno nemmeno il platter, commettendo un errore, dato che siamo di fronte a uno dei parti maggiormente interessanti dell’ultimo decennio. C’è una vena progressiva che qua e là emerge, ci sono momenti e riff ispirati dal blues e dai seventies (Purple e Zeppelin si affacciano alla finestra ogni tanto), ci sono cinque lunghe composizioni piazzate dalla metà alla fine del disco che coinvolgono e non danno sosta all’ascoltatore; si è limitata la ripetizione continua dei ritornelli e questi stessi sono stati dosati molto meglio che in passato, ci sono molte meno orchestrazioni o pomposità rispetto al precedente lavoro, le chitarre sono protagoniste e le strutture che le tre mettono insieme sono molto godibili; inoltre Dickinson varia spesso il proprio registro vocale, usando quello medio-alto con meno frequenza rispetto al passato, infine globalmente il disco suona più veloce e ritmato del precedente “A Matter Of Life And Death”.
E le cose brutte? Intanto il singolo “El Dorado” non rappresenta in pieno il mood del disco e poteva essere migliore fosse stato un po’ più corto; ci sono quei due/tre pezzi evitabili (tutti nella prima parte) che stonano rispetto a ciò che segue; le intro ai pezzi lunghi sono oramai standardizzate e arpeggiate senza soluzione di continuità (nonostante siano funzionali sono troppo prevedibili); difficile capire come mai sia stata costruita una tracklist così spiazzante che rende complicato seguire il filo logico del disco (per lo meno senza testi a disposizione) che deflagra letteralmente dalla metà in poi…ma ora la finiamo di sparare nel mucchio e andiamo a vedere cosa ci riservano i dieci brani del nuovo Iron Maiden “The Final Frontier”. Siamo consapevoli che un track by track dica poco e possa confondere le idee o alimentare attese differenti, che possono realizzarsi o spegnersi clamorosamente al momento dell’ascolto. Prendete quanto segue con le dovute pinze e leggete le nostre considerazioni come se fossero (quel che sono in realtà) semplici appunti di emozioni e sensazioni provate in un’oretta e un quarto di ascolto…

Satellite 15 … The Final Frontier (8:40): non abbiamo capito nulla per i primi 4 minuti e mezzo. Una batteria futuristica ed effettata (abbiamo pensato a “Eat The Rich” degli Aerosmith dato che siam in periodo di HJF) con elettronica sparsa apre le danze, Bruce declama mentre si sviluppa una struttura che potrebbe anche riportare ai Dream Theater di Metropolis 2, specialmente quando l’alternarsi di rullante e doppio pedale fanno pensare alla band di Petrucci e compagni. A metà parte il pezzo inteso come “pezzo degli Iron Maiden”, mid tempo classico che parla hard rock da disco solista di Dickinson più che altro (il sound in particolare ci ha fatto pensare per un nanosecondo anche alla produzione di “Fear Of The Dark” ma potremmo esserci lasciati trasportare troppo). Un paio di assoli portano alla conclusione dell’opener che sfocia direttamente nel singolo di lancio. Un gran modo per cominciare il cd.

El Dorado (6:49): questa la conosciamo tutti oramai, l’inizio altro non è che il finale della titletrack precedente. Nonostante sia più metal, il pezzo avrebbe probabilmente convinto maggiormente con un minutaggio inferiore. L’impatto è molto live come tutto il disco d’altronde, ma si sa che i Maiden del nuovo millennio non sono amici di pulizia e preferiscono registrare insieme subito le tracce in sede d’incisione con pochi fronzoli. In definitiva un brano che dal vivo spezzerà, su disco dopo quasi sette minuti siamo contenti finisca.

Mother Of Mercy (5:20): ecco gli inizi arpeggiati di cui parlavamo prima, allo stesso modo parlavamo di un paio di pezzi che avremmo potuto evitare, questo è sostanzialmente uno di questi. Un mid tempo che qualche webzinaro nostalgico definirebbe ‘roccioso’ ma che non decolla a causa di un ritornello piuttosto anonimo. L’assolo non è male ma ci domandiamo come mai un brano simile occupi la terza posizione in scaletta.

Coming Home (5:52): un lento che fa pensare parecchio al Dickinson solista, una ballad che riporta qua e là alla mente le linee di “Man Of Sorrow” e che potrebbe essere passata sotto le mani di un Desmond Child, tanto per chiarire quale sia l’atmosfera del pezzo. Complessivamente canzone molto curata, ruffiana e che non è certo di cattiva fattura, il ritornello è buono e in generale il pezzo non dispiace, è però un calo di ritmo che, ancora, non ci saremmo aspettati così presto.

The Alchemist (4:29): solo leggendo la tracklist si poteva intuire che questo sarebbe stato il classico brano veloce del lotto. A dir la verità le ritmiche sono molto sostenute, nonostante il pezzo non sia ringhioso o eccessivamente aggressivo. Tuttavia ci risvegliamo dal torpore, anche se comincia a farsi strada in noi il dubbio che, giunti alla quinta traccia, forse ci troviamo di fronte a un disco non esattamente ispirato. Le melodie e la velocità dell’Alchimista giungono al termine e, fortunatamente, ci accorgeremo di qui a breve che il vero disco sta per cominciare.

Photo by John McMurtrie

Isle Of Avalon (9:06): la prima mattonata da quasi dieci minuti è uno dei pezzi più belli di The Final Frontier. Si comincia col marchio di fabbrica che abbiamo scoperto essere l’incipit preferito dagli Iron Maiden da Brave New World in poi, ovvero l’arpeggio in apertura di brano. Brano che decolla in up-tempo dopo 2 minuti e 40 secondi, per poi sorprenderci nettamente con un cambio di registro dopo quattro minuti con una divagazione progressive a tratti Rush-iana con tanto di organo sottostante agli assoli della parte centrale. La conclusione ricorda molto la titletrack di Powerslave, ma complessivamente l’eccitazione ritorna oltre i livelli di guardia pensando a quanta carne al fuoco hanno messo i ragazzi in un solo pezzo.

Starblind (7:48): altra botta di adrenalina dotata di ritmiche prog, che evidenzia un Bruce che si esalta su registri medio-alti. Un riff Zeppeliniano irrompe appena dopo i 4 minuti ed introduce la parte dedicata ai solos in cui il ritmo cambia diverse volte. Un mood che riporta rapidamente a “Infinite Dreams” nei ritornelli della parte conclusiva ci fa apprezzare ancora maggiormente un’altra hit del cd, che oramai viaggia su livelli molto buoni grazie a brani che danno la sensazione di essere delle jam session in cui i Maiden si sono divertiti a sorprendere i propri ascoltatori abituali.

The Talisman (9:03): ripensando a “The Legacy”, brano che chiudeva il precedente “A Matter Of Life And Death”, cominciamo ad addentrarci nell’ottava traccia di “The Final Frontier”. L’inizio molto teatrale di Dickinson (con sotto il solito arpeggiato che oramai omettiamo dal segnalare, ndr), lascia spazio dopo un paio di minuti con un up-tempo deciso e le vocals di Bruce che vanno su registri alti. Riecco le classiche cavalcate à la Maiden che si intrecciano con un ritornello veramente coinvolgente fino a quando si rallenta dopo oltre sei minuti con uno stacco molto Purple. Un’altra canzone molto interessante.

The Man Who Could Be King (8:28): nomineremo probabilmente a sproposito Helloween (l’intro e l’inizio sembrano da power metal melodico) e “Virus” (sì quella con Blaze), ma anche “The Thin Line Between Love And Hate” per farvi capire la prima parte di un altro up-tempo deciso. Un break clamoroso dopo 4 minuti taglia con quanto sentito prima per lasciarsi andare a intermezzi quasi blues e ad assoli ben strutturati. Escludendo la sorpresa centrale, la trama del brano è abbastanza lineare, rimanendo questo un ennesimo centro in una tracklist che oramai volge al termine.

When The Wild Wind Blows (10:59): per essere il terzo brano più lungo nella storia della band, la canzone di chiusura di “The Final Frontier” dev’essere qualcosa di speciale per forza. Echi di Blood Brothers e di Dance Of Death si susseguono fino a quando dopo tre minuti e mezzo abbondanti riecheggia dalle casse Holy Diver, visto che il riff è molto simile al leggendario pezzo di Dio. Il brano è essenzialmente tutto giocato sul mid tempo, con rallentamenti e cambi di registro inaspettati, con anche una linea vocale che stravolge quanto sentito dopo quasi sette minuti di pezzo. Un’atmosfera molto vintage e seventies per terminare alla grande un disco che è un’ideale croce tra “Brave New World” e “A Matter Of Life And Death”, molto libero da preconcetti e strutturato per essere ascoltato e non immediato. Chi conosce bene gli Iron Maiden, chi li apprezza per la loro coerenza e per il fatto che, critiche a parte, nel nuovo corso (quello iniziato appunto nel 2000) ci credono  eccome, sarà felice di aver ascoltato “The Final Frontier”: un cd che farà parlare parecchio di sé e che probabilmente verrà riconosciuto come un (altro) punto d’arrivo non da poco nella carriera di una band troppe volte data per spacciata, che ha sempre e comunque smentito anche i critici più incalliti. Rispetto eterno per loro, augurandoci che la Frontiera non sia proprio l’ultima, ma che ce ne siano altre, da raggiungere e superare, nei prossimi anni…

Photos by John McMurtrie, Courtesy of EMI Music Int’l, special thanks to EMI Music Italy.

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