Overkill: Ironbound è il nuovo capolavoro della band

Nati dall’esplosione dello speed/thrash metal anni ’80 ma (contrariamente ad act più famosi) residenti sulla costa est, gli Overkill non sono mai arrivati al grande successo, sebbene col passare degli anni la loro formula si sia rivelata tra le più longeve e riuscite del panorama metal, paragonabile in tal senso a mostri sacri del calibro di Motorhead e AC/DC.

Tre decadi di attività e sedici dischi di inediti all’attivo, incluso l’ultimo “Ironbound” a breve nei negozi, oltre a infinite esibizioni live (se non siamo nell’ordine delle tremila poco ci manca): sono questi i numeri di cui la band del New Jersey si può fregiare.

Formati nel 1980 dai membri originali Bobby “Blitz” Ellsworth (voce), Bobby Gustafson (chitarre), D.D. Verni (basso) e Rat Skates (batteria), fanno già parlare di sé con l’Ep “Power In Black” del 1983 e poi con l’album di debutto, uscito nella primavera del 1985. “Feel The Fire”, anche se acerbo, possiede fin da subito quelle caratteristiche che diventeranno poi il marchio di fabbrica del gruppo: riff veloci e canzoni tiratissime, in pieno stile thrash. Brani come “Rotten To The Core”, ”Hammerhead”, ”Overkill” diventano subito dei classici e verranno proposti nelle loro setlist da quel momento in poi.

I due dischi successivi, “Taking Over” (annata 1987, subito dopo Skates lascia la band e al suo posto dietro le pelli arriva Sid Falck) e “Under The Influence” (1988), consolidano il loro sound e la fanbase, grazie anche agli incredibilmente energetici show live che il combo mette in piedi ogni sera; ma è con “The Years Of Decay” (1989) che arriva la maturità compositiva. Brani più ispirati, più lunghi e meglio arrangiati (“Playing With Spiders/Skullkrusher” è la summa di tutto questo) oltre che a veri inni schiaccia tutto come “Elimination” o “Evil Never Dies” rendono questo platter uno dei migliori di tutta la discografia della band.

Subito dopo questa pietra miliare di un intero genere, a causa di attriti tra i membri, Bobby Gustafson lascia, venendo prontamente rimpiazzato da ben due chitarristi (Rob Cannavino e Merritt Gant), i quali donano freschezza e un sound rinnovato alla band. Nel 1991 esce “Horrorscope”, album che fa ricredere anche i più pessimisti sul futuro del gruppo: se “The Years Of Decay” può considerarsi l’album migliore targato Overkill degli anni ’80, “Horroscope” mette da subito una seria ipoteca sugli anni ’90.
Nel 1993 esce “I Hear Black”, disco più sottotono rispetto alle precedenti due gemme, anche per via di un approccio più stoner, ma nel 1994 si ritorna nuovamente alle origini con “W.F.O.” (1994), lavoro che riporta la velocità e la potenza esecutiva in primo piano. Con questo cd si chiude anche l’esperienza del duo di asce Cannavino-Gant, entrambi partenti per motivi extra musicali.

Con l’entrata in scena di Sebastian Marino e Joe Comeau vengono prodotti altri tre dischi prima del nuovo millennio, tutti giudicati in modo controverso dai fan per l’inclusione di elementi hardcore e industrial: per alcuni una evoluzione in positivo, per altri un passo falso. “The Killing Kind” (1996), “From The Underground And Below” (1997) e “Necroshine” (1999) non sono indimenticabili ma hanno al proprio interno hits di successo quali “It Lives”, “Long Time Dyin”, “Battle” e la titletrack del cd più “sabbathiano” mai inciso dai Nostri: “Necroshine” appunto.

Gli anni ’00 vedono un nuovo cambio dei chitarristi (Derek Tailer e Dave Linsk), così come una nuova carrellata di album a breve distanza tra loro, sempre incastrati tra un tour e l’altro in giro per il mondo: “Bloodletting” (2000), “Killbox13” (2003) e “Relixiv” (2005). Se col primo la band dimostra di essere ancora in gran forma, con i successivi due arriva un inevitabile calo compositivo. Nel 2005 lascia dopo tanti anni Tim Mallere (il batterista più duraturo fino ad ora), rimpiazzato da Ron Lipnicki: con questa formazione nel 2007 esce il discreto “Immortalis”, che prepara la strada al mostruoso nuovo disco in uscita, “Ironbound”, a testimonianza che, anche se i cambi di formazione sono stati frequenti, il duo originario formato da Blitz e Verni è intenzionato a continuare l’avventura con la medesima energia degli esordi e con tanto, tanto cuore.

RECENSIONE IRONBOUND (2010)

INTERVISTA A BOBBY BLITZ (gennaio 2010)

VIDEOINTERVISTA A BOBBY BLITZ (marzo 2009)

Nicolò Barovier

 

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