Rock Im Park: i Muse chiudono con il botto l’edizione 2010

Update 23.30 – A mente freddissima, con gli organizzatori pronti a sgombrare l’area concerti per i prossimi quattro giorni e con un paio (nella migliore delle ipotesi) o circa otto ore (nella peggiore) di viaggio per il ritorno a casa, raccogliamo le idee su quella che è la giornata conclusiva della quindicesima edizione del Rock im Park.

Una domenica impegnativa, che abbiamo iniziato con le note dei We Are The Fallen, nuovo progetto di Ben Moody (ex Evanescence), catapultato nel main stage per non si sa ancora quale motivo, e gli Hellyeah. Ma il piatto forte per noi della stampa è stata la conferenza conclusiva, tenutasi nella sala stampa dell’Easy Credit Stadion.

65000 persone, il 95% dei biglietti venduti costituito da abbonamenti, un solo morto (un ragazzo travolto da un treno al di fuori dell’area dello Zeppelinfeld), e 10000 persone che hanno deciso di muoversi con i mezzi pubblici: questi i numeri emersi nella conferenza stampa moderata da Wolfgang Theil, Martin Reitmaier e Peter Pracht di Argo Konzerte. Niente soldout, visto che l’area garantisce un’affluenza di 70000 persone, ma i numeri restano comunque ottimi. Nessun problema a livello di sicurezza, escludendo la gestione del pubblico durante Rammstein, Rage Against the Machine e Heaven Shall Burn, piazzati nel ClubStage quando, vista la numerosa affluenza, avrebbero meritato tranquillamente un posto di prestigio nell’AlternaStage. Nessun dettaglio è stato anticipato per la prossima edizione, quella del 2011.. l’unica cosa al momento ufficializzata è il fatto che si ritornerà alla formula dei tre giorni.

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Ma torniamo a far parlare la musica.. spazio ai Lamb of God di Randy Blythe, da Richmond, Virginia. Show altamente professionale, a partire dai suoni e arrivando all’esecuzione tecnica dei pezzi: il solo Randy Blythe, in alcuni passaggi, è vittima di qualche calo vocale. Nessuna variazione nella scaletta, visto che la band ripropone quella dedicata ai festival estivi, con tanto spazio a “Wrath” e la scontata chiusura affidata alla combo “Redneck” – “Black Label”, soundtrack di vere e proprie mazzate tra il pubblico della prima fila.

Gli Stone Sour hanno tutte le carte in regola per diventare la next big thing dell’hard rock moderno a livello internazionale: una band quadrata e precisa con quel Corey Taylor che sembra nato in una vasca di carisma. Aggiungete anche il fatto che il cantante dello Iowa, come abbiamo intuito già nelle ultime tournèe degli Slipknot, è anche rinato anche dal punto di vista vocale e siamo di fronte ad un act dal potenziale devastante. Uno show di mestiere, vista la ruggine che ancora c’è a causa della pausa forzata durata tre anni; la scaletta proposta pesca brani dalle due release (da ricordare una “Through the glass” acustica cantata da tutti e una “30/30-150″ da panico) e tre brani dal prossimo “Audio Secrecy” in uscita il 7 settembre. Canzoni più ruffiane e radiofoniche, che hanno portato anche ad una rivisitazione del repertorio in chiave più orecchiabile: gli ingredienti per far sfondare gli Stone Sour, che meriterebbero maggior successo dei cugini Slipknot.

Zero scenografia, zero intro, zero telo col nome per gli Alice in Chains: contano 4 e partono con “Them Bones”, dimostrando che quello che conta alla fine e’ la musica. Un set che non conosce cali e che mantiene costante la tensione quello di Jerry Cantrell e soci, band che sta vivendo una seconda giovinezza meritata e che ci auguriamo possa durare a lungo. Un’ora da brividi conclusa da Roster cantata anche da Hellyeah e Lamb Of God, accorsi sotto lo stage per supportare Cantrell e compagni. Colossali.

 

Che testa Jared Leto...

Nel CenterStage, in contemporanea, si esibiscono i 30 Seconds to Mars della rockstar Jared Leto, che per l’occasione sembrava uno Scott Weiland con una pettinatura punk variopinta al posto del cappello. Rockstar nel vero senso della parola: tantissima apparenza quella del musicista/attore e poca sostanza, con troppi tempi morti dedicati ad incitare un pubblico piuttosto freddo. Aggiungete anche che la scaletta era troppo improntata sull’ultima fatica “This is war”, fatto che ha caratterizzato un set comunque rock, ma con troppe sfumature dilatate che hanno annoiato i più. Tra gli highlight l’iniziale “Escape”, l’acclamata “The kill”, una cover acustica di “Bad romance” di Lady GaGa e la conclusiva “Kings and queens”, per la quale sono saliti sul palco una trentina di fan per i cori. Se si dovesse assegnare il premio di delusione del Rock im Park, i 30 Seconds to Mars rischierebbero di arrivare primi.

I Volbeat hanno spaccato

Amati nell’Europa centrale, i danesi Volbeat danno l’anima nel palco dell’AlternaStage: un palco essenziale e tamarro al punto giusto, caratterizzato da due scalinate che portano ad una pedana rialzata. Un’ora che vola via, con momenti di delirio assoluto, come su “Sad Man’s Tongue”, dedicata a Ronnie James Dio.

Show della vita per i Muse: anche con un palco limitato, il power trio dimostra di essere tra i numeri uno della musica moderna, di sicuro il migliore act in assoluto tra quelli emersi negli ultimi dieci anni. Una crescita esponenziale, consacrata anche dall’ultimo ambizioso “The resistance”, al quale è dato ampio spazio per ovvi motivi promozionali. Una scaletta clamorosa, definita da molti fan nel web “una delle migliori degli ultimi anni”, con un occhio di riguardo al passato per quello che è un vero percorso storico della band i Matt Bellamy. Un trio che è così potente e preciso al punto che, se si chiudessero gli occhi, si penserebbe di essere di fronte ad almeno sei musicisti: una sezione ritmica potente che sorregge senza problema alcuno il talento del frontman, capace di destreggiarsi alla voce e alla chitarra con un talento indiscutibile. Spazio anche ad alcune citazioni, come ad esempio una “House of the rising sun” cantata da tutto il pubblico e il riff di “Back in black” degli Ac/Dc piazzato alla fine di “Hysteria”. Con il capolavoro “Knights of Cydonia”, si chiude lo show degli inglesi: quattro headliner di livello assoluto, al punto che, a fine manifestazione, è veramente difficile dare lo scettro del migliore.

Setlist Muse: MK Ultra, Citizen Erased, Uprising, Supermassive Black Hole, Interlude, Hysteria, New Born, Nishe, United States Of Eurasia, Resistance, Undisclosed Desires, Time Is Running Out, Starlight, Plug In Baby
Encore: Stockholm Syndrome, Knights of Cydonia

Qualcosa ci sfugge nel assistere a uno show degli Slayer durante gli open air tedeschi. Già a Wacken 2003, buona parte del pubblico rimase impassibile di fronte a tutto Reign In Blood. Sette anni dopo è cambiato poco, anzi si poga con discrezione senza esagerare e i boati arrivano solo al termine di ogni pezzo. A parte questo, Slayer in palla che stanno ritrovando la migliore condizione dopo un periodo di stop forzato dovuto ai problemi al collo di Tom Araya. Proprio Tom e’ apparso ancora in ritardo di condizione ma siamo abbastanza sicuri che col passare delle date tornerà a ruggire come al solito. Lombardo mattatore, King/Hanneman soliti mastini, “Aggressive Perfector” la chicca regalata a un pubblico provato dalla stanchezza.

Lemmy è un’istituzione ovunque ma qui in Germania è davvero considerato una divinità. Avremo visto decine e decine di concerti dei Motorhead, mai una volta siamo rimasti delusi. Il Rock Im Park chiude sostanzialmente i battenti con una band leggendaria che continua a suonare a 300 all’ora a dispetto dell’età. Inutile descrivere uno show che e’ sempre lo stesso da anni: una colata di rock a velocità assurde con un’attitudine e una coerenza che nessuna band post anni 80 possiede. Immortali.

Nelle prossime ore anche un editoriale conclusivo con i top e flop del Rock im Park 2010. Per adesso, lasciateci ancora riposare.

Update 2:15 – Avevamo iniziato con la pioggia, finiamo con la pioggia. L’acqua e’ arrivata dopo le 22, accompagnata da un vento decisamente potente che ha arato le aree concerti fino allo scroscio delle 23. Tuttavia ci siamo comunque goduti spettacoli di livello assoluto prima, durante e dopo. Vincitori di tutto i Muse, subito dietro Alice In Chains e i mai domi Motorhead. Va cosi’ agli archivi un’edizione che ha fatto registrare oltre 60mila presenze per ogni giornata di concerti, che ha chiuso i battenti con le prestazioni positive di Hellyeah, As I Lay Dying, We Are The Fallen, Lamb Of God, Stone Sour (che hanno proposto diversi inediti presenti nel nuovo disco in uscita a settembre) e con le ottime perfomance di Volbeat (palco enorme e suoni altissimi per loro) e Slayer; infine l’eccellenza, rappresentata quest’oggi da Alice In Chains (vedere sotto il palco Vinnie Paul e Randy Blythe sbattersi durante Wrong? non ha prezzo), Motorhead (seguitissimi nonostante pioggia e ora tarda) e i colossali Muse, autori di una prova che non puo’ aver lasciato indifferente nessuno. Domani saremo piu’ precisi, per ora un grande ringraziamento ad Argo Konzerte e a tutti gli organizzatori del Rock Im Park per averci dato la possibilita’ di essere presenti a questo festival immenso.

Update 15:30 – Come potrete immaginare, quattro giorni di festival sono troppi, soprattutto se due di questi sono stati caratterizzati da un sole cocente. Oggi per l’ultimo giro di boa del RiP2010 seguiremo molti gruppi: aspettatevi qualcosa dal fronte Lamb of God, Stone Sour, Alice in Chains, Volbeat, Slayer, Motorhead e, direttamente dal palco principale, dall’accoppiata 30 Seconds to Mars e Muse. Grandi esclusi gli Zebrahead dal ClubStage, ma è fisicamente impossibile vederli. In sostanza il giorno più metallo possibile, con a pochi metri di distanza 30 Seconds To Mars e Muse che parlano la lingua del rock moderno e più mainstream. Chi avrà la meglio?

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