Rust In Peace 20 anni dopo: una retrospettiva

Per celebrare degnamente il ventennale di un capolavoro serve qualcosa di speciale. E’ di questi giorni la notizia della messa in vendita dell’album come contenuto aggiuntivo per il videogame Rock Band (ci sarà da sudare, ndr), di poche settimane fa l’annuncio del tour celebrativo in cui i Megadeth suoneranno tutti i pezzi del disco (cosa mai avvenuta prima), dell’altro ieri il rientro in formazione dello storico bassista David Ellefson.

Dal canto nostro ci limitiamo, qualche mese in anticipo (la pubblicazione avvenne nel settembre ’90 per l’appunto), a una retrospettiva approfondita dedicata a un cd che non può essere ignorato da nessun amante della musica pesante.

Rust in Peace” è semplicemente un album troppo figo. Riesce a mettere d’accordo un po’ tutti i metallari, anche chi non ha mai sopportato particolarmente l’ex chitarrista dei Metallica. E’ un album storico per l’heavy metal e ha ispirato un sacco di persone a spremere ancora di più i propri strumenti. E, soprattutto, fa venire voglia di lanciarsi giù da una scogliera su di un carroarmato in fiamme.

I Megadeth arrivavano da una serie di album acclamati (soprattutto “Peace Sells…But Who’s Buying!?” del 1986) che aveva garantito loro un posto di tutto rispetto nel panorama metal. Le droghe, lo stile di vita selvaggio e, più genericamente, il costante stato di fattanza di Mustaine & co aveva portato a continui cambi di lineup. A questo giro, oltre al leader Dave Mustaine (chitarra e voce) e il socio storico David Ellefson (basso), la roulette del caso offrì due improbabili gregari. Lo sconosciuto messicano Nick Menza prese il ruolo di batterista (il suo curriculum consisteva, in pratica, nell’essere il tecnico del suono del tecnico del suono) e Marty Friedman, chitarrista con Jason Becker della band underground Cacophony, si assicurò il posto di secondo chitarrista nonostante un’agghiacciante acconciatura bicolore. Quali migliori premesse?

L’atmosfera distesa data dai nuovi ingressi, unita ad un raro periodo di sobrietà e disintossicazione di Mustaine portò il gruppo a comporre in scioltezza una serie di pezzi esaltanti e perfettamente costruiti, in un album spinto ai limiti delle loro capacità tecniche. Non il loro best seller (i successivi “Countdown To Extinction” e “Youthanasia” saranno molto più commercialmente appetibili), piuttosto il disco che li consacrerà come maestri del genere e sarà ricordato come il loro apice tecnico e il punto artisticamente più alto della loro carriera.

Ma cos’ha di magico il disco? Il segreto è un ottimo bilanciamento di tecnica, potenza, carattere e melodia, che lo porta ad essere lo stadio definitivo del concetto originale di heavy metal. Non ha certo inventato il sottogenere thrash metal, di cui Mustaine 10 anni prima è stato comunque uno dei padri, ma lo presenta nella sua forma più completa. Prima degli stravolgimenti dati dall’alternative rock e dal grunge, che fecero tremare le ginocchia a tanti metallaroni cattivi, “Rust In Peace” si aggrappa ben saldo alle tematiche originali del genere. Niente sottigliezze o letteratura ricercata: qua si parla di guerra termonucleare, fantascienza, fantasy, vendetta, droga, sangue…il tutto riuscendo a mantenere una faccia seria; il che non è poco.

 

 

A cavallo tra le due decadi, con gli Stati Uniti sul piede di guerra (prima conflitto in Iraq) e sull’orlo della recessione, con il cinema pronto per film sempre più violenti e coi giovani sempre più stanchi del sound troppo pulito degli anni ‘80, il disco trovò terreno decisamente fertile.
“Rust in Peace”, in quegli anni, ha guidato il nutrito gruppo di capolavori di band anni ’80 che piazzavano i loro colpi più micidiali (su tutti Slayer con “Season In The Abyss” e Judas Priest con “Painkiller”); punti più alti di un genere che ormai stava per cambiare decisamente pelle. Il periodo fu un punto di svolta chiave: il glam rock evidentemente aveva tirato le cuoia e quei dischi alzarono il livello di ‘musica pesante sostenibile dalla masse’. Questo aprì la strada a una serie di nuove band ancora più heavy (Pantera e Sepultura su tutte) e convinse molte band degli anni ’80 a seguire nuove strade. Andrà bene ai Metallica -soprattutto- e ai Megadeth…male agli altri.

Mike Clink (il mago dei suoni di “Appetite For Destruction” dei Guns’n’Roses) produce, dando al disco un suono potente, chiaro e cristallino, distanziandosi dai riverberi degli anni ’80. Posizione in primo piano ovviamente alle chitarre, dove Dave Mustaine e Marty Friedman danno vita ad un sodalizio allucinante che durerà per quasi dieci anni. Dave è in grande forma: presenta il suo arsenale di riff condito da tutte le tecniche del manuale. Non manca nulla: palm muting, triplette a manetta, armoniche, spider chords, devil’s triad, stop n’ go, cambi di tempo…ci sono macine assassine (“Take No Prisoners”), groove (“Lucretia”), velocità assurda (“Poison Was The Cure”). Anche dal lato solista spara memorabili duelli con Marty (“Hangar 18”) e si fa apprezzare per assoli fatti più col cuore che col cervello (non a caso quello in “…The Punishment Due” è tra i più celebri della musica pesante). Marty, dal canto suo, si rivela un acquisto eccezionale. Amalgamandosi perfettamente coi riff di Dave, offre tutto il suo parco tecnico senza ricadere sul banale shredding: dalla scala medio orientale in “Holy Wars”, fino al lavoro al limite del jazz su “Lucretia” e la melodia indimenticabile di “Tornado Of Souls”. Menza ed Ellefson seguono a ruota, con una sezione ritmica da infarto. Nick offre un bilanciamento perfetto tra tecnica e impatto, non si prende un colpo di troppo e non ricorre a facili espedienti come doppia cassa continua: la sua prestazione è semplicemente perfetta e ineguagliata. Non a caso, questa sarà la formazione dei Megadeth più amata di sempre.

Il bello è che pur essendo un disco incredibilmente tecnico, non sfocia mai nel virtuosismo fine a sé stesso ma resta anzi facilmente assimilabile. La struttura dei pezzi poi è articolata, non segue il classico stile mainstream, ma sfiora solamente il progressive senza perdersi in composizioni troppo lunghe o contorte. Dave non è mai stato un cantante tecnicamente dotato, ma interpreta con eccezionale carisma le sue storie di violenza e tradimento con un ringhio evocativo, che riesce a rendere memorabili linee vocali lasciate senza facili ritornelli. I testi poi non si perdono in facili spacconate da ragazzini, confermando Mustaine come scrittore di punta nel genere.

Il disco è uscito in CD, cassetta e vinile nel 1990. Questa versione è tuttora fuori catalogo; l’unica ristampa disponibile è uscita nel 2007 su vinile da 180g.
Nel 2004, con un’operazione di rimaneggiamento degna di George Lucas, tutto il catalogo dei Megadeth è stato remixato e rimasterizzato sotto l’occhio vigile di Mustaine. La versione del 2004 è un restauro dei master originali: il sound è mantenuto pressoché invariato, anche se la qualità del suono è migliorata, permettendo così di godere meglio anche di dettagli che andavano perduti nell’originale, soprattutto a livello di sezione ritmica. Il disco contiene quattro bonus track, di cui tre pezzi in versione demo (alla chitarra solista niente meno che il chitarrista originale Chris Poland). Con sommo dispiacere per i puristi, però, in tre brani il master originale della voce è andato perduto: in questi casi sono state registrate nuovamente le voci o utilizzati master originali alternativi.

Marco Brambilla

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