Sonisphere UK 2010: a Knebworth uno degli eventi dell’anno

In un certo senso, assistere ad un festival del genere ti può far passar la voglia di vederne altri. Perché sai che in futuro difficilmente avrai la fortuna di partecipare a qualcosa che possa reggere il confronto con quello che è stato messo in piedi in quel di Knebworth.

Perché, gusti soggettivi a parte, le band radunate nel tempo di tre giorni e nello spazio di sei palchi rappresentano uno spaccato della storia del rock (passato, presente e, forse, persino futuro) che rasenta i confini della realtà. Perché, organizzazione perfetta a parte, quando potrà ricapitarti di vedere in azione Pendulum e Stooges a distanza di dieci minuti l’uno dall’altro?
Certo, nella miriade di band presenti, qualche piccolissima delusione c’è stata. Soulfly e Fear Factory, ad esempio: i due act hanno dato l’impressione di vivere nel passato, incapaci, chi per un motivo chi per un altro, di tornare ad essere grandi come un tempo. Cavalera e compagni sanno ancora far male con i classici del periodo Sepultura, ci mancherebbe. Ma è proprio questo il problema; che la produzione dell’ex gruppo di Max è talmente superiore a quella della sua attuale band da scavare un abisso fra il passato e il presente. Stessa situazione nella quale sono impegolati i Fear Factory: a differenza dei Soulfly il marchio è quello storico, e Cazares è tornato, tuttavia il recente tentativo di replicare il loro disco simbolo, “Demanufacture”, si è rivelato un buco nell’acqua e nulla più. Il confronto fra canzoni come “Martyr”, “Replica” e la recente “Mechanize” è impietoso. Parliamo di professionisti che hanno alle spalle decenni di esperienza, ed è quindi ragionevole aspettarsi uno show di livello, nonostante il poco tempo a disposizione, soprattutto per quanto concerne i Soulfly: così accade, infatti. L’impressione di assistere ad un lento quanto irreversibile decadimento non ce la si scrolla di dosso, però.
Esempi di longevità incredibile li forniscono, invece, altri musicisti. Alice Cooper, che dopo oltre quarant’anni di carriera non ha perso un’oncia del suo carisma e ce lo sbatte in faccia aprendo la sua esibizione con un ‘triplete’ da urlo. Gary Numan, l’ex ‘enfant prodige’ del synth pop, che dimostra di essere ancora in ottima forma e rispolvera i suoi vecchi hit in un’ottica quasi industrial metal, facendo ancor più trasparire il debito che un certo Trent Reznor ha nei suoi confronti. Gli Europe, non certo una band per la quale il sottoscritto farebbe follie, ma rodati in maniera eccezionale e con un Joey Tempest in stato di grazia. I Motley Crue, che per ovvie ragioni hanno smarrito parte del vecchio smalto ma fanno ancora spettacolo come solo loro sanno fare.

Poi ci sono le rinascite. Per chi scrive due su tutte: Alice In Chains e Anthrax. I primi, con il nuovo album e il nuovo cantante, sono tornati ad un livello incredibile; nuovamente rockstar, nuovamente in grado di sfruttare il loro stile inconfondibile, fatto di distorsioni in wah wah usate in modo originalissimo, tanto groove e un metal che si unisce all’hard rock e al blues in totale scioltezza: “Man In The Box”, “Rain When I Die”, “Them Bones”, “Would?” e “Rooster” spazzano via tutto e tutti. Ma se la seconda giovinezza di Cantrell e soci era cosa nota, più incerta appariva la condizione degli Anthrax e, soprattutto, delle corde vocali di Belladonna: è bastata l’iniziale “Caught In A Mosh” per lasciar tutti basiti. Tutti e cinque in una forma strepitosa, ma sentire Joey ruggire come ai tempi andati è stata davvero una graditissima sorpresa. Non ha sbagliato praticamente nulla. E nonostante la scaletta sia stata incentrata sui vecchi cavalli di battaglia degli Ottanta, lo show è sembrato quello di una band di ragazzini. Fra i migliori del festival.

Fra i peggiori, invece, vanno sicuramente annoverati gli Apocalyptica. Non tanto per la prestazione in sé (il solito minestrone di violoncelli mal suonati e peggio distorti, pezzi propri imbarazzanti e cover dei Metallica ancor più ridicole) quanto per il semplice fatto di rappresentare uno dei difetti principali di molti ‘metallari’: il senso d’inferiorità. Che si sfoga tutto in questo voler per forza trovare dei contatti con la musica ‘classica’ per potersi sentire colti e istruiti. Pazienza se quello che dovrebbe congiungere i due mondi è rappresentato da un gruppo mediocre che finisce per mortificare sia il rock sia la classica, l’importante è avere un appiglio, per quanto ridicolo, per poter affermare che i veri eredi di Beethoven sono i musicisti heavy metal. Il problema è che con queste storture gli Apocalyptica hanno fatto successo, tanto da poter suonare su uno dei palchi principali, mentre band fondamentali come Sick Of It All (provate ad entrare in un loro circle pit una volta nella vita, ne vale la pena) e Converge, ossia la storia dell’hardcore e del post hardcore degli ultimi vent’anni, sono costrette ad esibirsi (demolendo tutto, ovviamente) nel più angusto Bohemia Stage, al coperto. Poco male alla fine, i fratelli Koller, Kurt Ballou e rispettivi compagni continueranno a tirar dritto per la loro strada come han sempre fatto: la frase suona retorica, ma è gente come loro che la rende vissuta e ‘reale’.
Arrivando a parlare degli headliner del secondo e terzo giorno del festival, Rammstein e Iron Maiden, ho poco d’aggiungere a quanto detto in sede di pagelle. I tedeschi sono ormai il gruppo metal ‘giovane’ più popolare e pesante del pianeta. Imponenti, marziali, perfetti nel rendere la loro musica grottescamente spettacolare, attraverso un uso di fiamme e fuochi vari in grado di sciogliere i ghiacci artici (e non solo, vedi i fuochi artificiali modello ‘contraerea’). Forse i pezzi dell’ultimo non sono proprio il massimo rispetto ai classici, e una “Engel” o una “Amerika” ci sarebbero state bene nella setlist, ma le interpretazioni di “Keine Lust”, “Links 2 3 4”, “Sonne”, “Ich Will” e “Du Hast” sono state grandiose e della consistenza dell’acciaio. Conquistare il pubblico inglese cantando al 95% in tedesco con tanto di bandiera dell’amata madrepatria non è da tutti, e Lindemann e compagni ci sono riusciti in pieno.
Ovviamente i più attesi erano i Maiden. Ovviamente è stato il concerto più lungo. Ovviamente la folla li ha adorati e loro sono stati impeccabili e professionali come sempre. Insieme ai Metallica, sono la più grande band metal della storia, e sono arrivati a un punto della carriera nel quale possono fare tutto quel che vogliono. Lo fanno, e si vede che credono moltissimo nella loro ultima produzione, ma con un repertorio talmente immenso come quello di cui sono depositari sarebbe lecito attendersi più fantasia e, magari, qualche fuori programma nella setlist. Ad esempio, eliminare dai classici una volta ogni tanto “Fear Of The Dark” per sostituirla con qualcosa di meno ‘logoro’, oppure, perché no?, piazzare una cover di Dio per onorare la memoria di Ronnie James, invece di dedicargli uno dei loro pezzi peggiori di sempre, “Blood Brothers”. Non si dice di raggiungere i livelli d’improvvisazione del compianto Frank Zappa, ma un pizzico di varietà in più sarebbe, ne sono sicuro, ben accetto anche da parte dei loro fan più accaniti.


Ancora qualche riga sui due artisti che personalmente attendevo con maggior ansia. Il primo, Henry Rollins, deve tenere veramente tanto alla sua nuova dimensione d’intrattenitore/opinionista, se per i suoi ‘spoken word’ accetta di esibirsi alle undici del mattino nella tenda del Bohemia Stage, di fronte a una platea sì numerosa, ma probabilmente nettamente più sparuta di quella che potrebbe avere se decidesse di tornare ad esibirsi con la sua band. Il carisma del personaggio lo conosciamo bene, la sua capacità d’intrattenere pure. A questo giro la sua performance, a parte una piccola parentesi iniziale sugli Iron Maiden, sorta di riassunto di questa, epurata però della parte su Dickinson, si è focalizzata soprattutto su argomenti sociali e politici. Meno comicità e più impegno, insomma. Il vecchio Hank ha parlato dei suoi viaggi nel mondo, soffermandosi soprattutto sul Sudafrica e sulla sua storia, sulla tragedia dell’apartheid, su Mandela e sulla nuova costituzione di quella Nazione, citando a memoria il primo articolo come esempio di coraggio nel cancellare completamente il passato, nonostante eliminare decenni di storia sia comunque difficile da attuare. Ha parlato della catastrofe di Bhopal in India, delle colpe della Union Carbide e della rabbia dei sopravvissuti, in generale ha accusato l’operato delle multinazionali e dei governi (“da qualche anno ho deciso di dare più fastidio possibile a questa gente”), senza dimenticare qualche frecciata all’ormai ex presidente Bush (“non solo non sa trovare gli stati su di una mappa, non riesce neppure a fare lo spelling di ‘mappa’”). Poche le puntate in territori puramente musicali; ha narrato di quando ha parlato, in Sri Lanka, con un giovane del luogo che gli fatto scoprire che anche da loro esiste una scena death metal (“così ho sentito queste band death metal dello Sri Lanka, beh suonano…death metal”), di lui che ha fatto scoprire al giovane stesso “Fun House” degli Stooges (“è rimasto talmente impressionato che sembrava gli avessi donato il fegato”).

L’ironia c’è sempre (“dovete cercare di amarvi l’un l’altro, e per farlo è importante che adesso andiate a vedere gli Slayer”), e grazie a questo e alla sua bravura il discorso non è mai scivolato nella retorica e nel ‘buonismo’, pericoli che son sempre dietro l’angolo quando si affrontano certi temi. La conclusione è stata affidata agli elogi per Iggy Pop (“è molto più vecchio di tutti voi, ma ha più energia di tre ventenni messi assieme”), che si esibirà insieme agli Stooges la sera stessa. Due considerazioni personali: ero a pochi metri dal palco in seconda fila, probabilmente mi sarei emozionato anche se l’audio non ci fosse stato e Rollins fosse entrato, avesse salutato e fosse uscito nel giro di pochi secondi; tanto più che lo spoken word è stato comunque molto interessante e intenso come sempre, anche se in altre occasioni è stato persino superiore (ma tra vederlo sullo schermo di un computer e dal vivo c’è una bella differenza). Henry, a differenza di altri cantanti/musicisti rock, ha sicuramente l’intelligenza per parlare di questi e di altri argomenti, è sempre stato acutissimo nell’autoanalisi e acuto lo è anche su temi più ‘universali’. Però, e qui scatta la seconda considerazione, è ancora giovane ed è veramente un enorme peccato che abbia deciso (così sembra, almeno) di smetterla con la musica suonata. Potrebbe ancora mostrare a parecchi giovani che cosa significa strapparsi il cuore sul palco e dare il 110% in un concerto rock. E magari mostrarlo anche in studio, con del nuovo materiale. La mia speranza è che la reunion del 2006 si possa ripetere ed essere persino più duratura. Forza Hank, sono sicuro che Cain, Gibbs e Haskett ti aspettano.
In ogni caso Rollins aveva ragione su Iggy. Avere superato i sessant’anni e avere ancora l’energia di una bomba H è qualcosa di scientificamente inspiegabile, eppure l’Iguana è questo. Il più grande frontman vivente. Forse in assoluto. Che sarebbe potuto morire quarant’anni fa. Eppure è ancora qui, in grado di saltare e correre per tutto il palco, di cantare ancora benissimo e di coinvolgere il pubblico come nessun altro. Se poi si pensa che al suo fianco, nella nuova versione degli Stooges, c’è Mike Watt al basso (Minutemen, dico Minutemen), si può ben capire che l’esperienza che io ed altri (non moltissimi, in realtà: far suonare Pop prima dei Maiden è l’unica critica seria che si può muovere all’organizzazione del Sonisphere) abbiamo vissuto ha rasentato il mistico e l’ultraterreno. Ad essere incontentabili si può rilevare la non ottima forma di Steve Mackay, il leggendario sassofonista di “Fun House” (1970), che ora appare piuttosto opaco rispetto ai tempi gloriosi (ma questo lo si era già intuito sul disco del ritorno di tre anni fa, “The Weirdness”). Per il resto, però, la band macina una setlist di tutto rispetto senza tregua, evitando accuratamente di suonare brani del modesto ultimo album appena citato, e concentrandosi invece su “Raw Power” (1973), proposto quasi interamente, ad eccezione di “Penetration” e “I Need Somebody”, e su altri pezzi leggendari quali “No Fun”, “I Wanna Be Your Dog” (dal primo disco omonimo del 1969), “Fun House” e “1970” (da “Fun House”), più altre chicche sparse come “I Got A Right” e “Open Up And Bleed”. Certo, avessero fatto anche “T.V. Eye”…ma queste sono davvero sottigliezze, che a pensarci bene mi dovrei addirittura vergognare a scrivere dopo uno spettacolo commovente come quello a cui ho assistito. È davvero difficile scrivere altro su Iggy and the Stooges; l’unica cosa da fare per capire cosa significhi questa band nella storia della musica e cos’è capace di offrire ancora adesso è guardarsi un video, se non si ha la possibilità di vedersela direttamente dal vivo, esperienza che comunque consiglio a tutti; ragazzi, potrebbe cambiarvi la vita. Rimangono dei flash: i ragazzi fatti salire sul palco durante “Shake Appeal”, Iggy che fa il cane e abbaia prima che la band attacchi “I Wanna Be Your Dog”, la furia che ci mette in “Death Trip”, le detonazioni atomiche di “Search And Destroy”, la presentazione di “Your Pretty Face Is Going To Hell” (“vedo molte facce carine di ragazzi e ragazze del pubblico e dell’area VIP, ma ricordate che le vostre facce…”)…più di tutto, quando introduce “Open Up And Bleed” con queste parole: “Ora ho una vita fantastica, ma è un dato di fatto che un tempo ero miserabile, pazzo, fottuto, totalmente fuori di testa, e l’unica cosa che potevo fare era sanguinare”. Roba da lacrime. E ti viene spontaneo pensare che il rock qualche vita può pure averla rovinata, ma quelle che ha salvato sono molte, molte, molte, molte di più. Comprese quelle di James Osterberg e del sottoscritto. Dominatori del Sonisphere e concerto dell’anno.

Stefano Masnaghetti

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