Box Demolition Chernobyl

2.5/5
Questi ultimi giorni, ovviamente considerando quando sto scrivendo questa recensione, sono stati caratterizzati da un discreto numero di eventi parecchio importanti su scala planetaria, uno su tutti il terremoto e lo tsunami in Giappone, con conseguente casino nucleare (sì, casino, perchè di casino si tratta) a Fukushima. Già scosso per le sorti di un popolo

Questi ultimi giorni, ovviamente considerando quando sto scrivendo questa recensione, sono stati caratterizzati da un discreto numero di eventi parecchio importanti su scala planetaria, uno su tutti il terremoto e lo tsunami in Giappone, con conseguente casino nucleare (sì, casino, perchè di casino si tratta) a Fukushima. Già scosso per le sorti di un popolo che stimo moltissimo, mi arriva questo debut dai lucchesi Box Demolition e subito noto una cosa: non capisco il titolo del cd. Mi rendo conto che è in cirillico, ma io il russo non lo so. Vedo un fungo atomico in copertina, e un brano si intitola “Le radiazioni di Chernobyl sono arrivate fino a qui“. Mi sorge un dubbio che Wikipedia mi fuga non appena faccio una ricerca veloce: Chernobyl. Fukushima sui tg giapponesi in streaming sul web, “Chernobyl” nel mio stereo, bell’accoppiata veramente…

Diciotto minuti tutti d’un fiato, con Ghibi alla voce e chitarra che tanto ricorda quel Lindo Ferretti dei primi CCCP soprattutto nella opener “Niente da perdere“, dove è presente un groove di basso piuttosto interessante, nella sua semplicità. Mi ha colpito anche la seconda traccia, la già citata “Le radiazioni di Chernobyl sono arrivate fino a qui”; in questo caso non è tanto la musica ad avermi colpito, quanto una frase del testo, che poi è praticamente tutto il testo della canzone: “Le radiazioni di Chernobyl sono arrivate fino a qui come un coltello in culo“. Il paragone direi che ci può stare, e non vorrei provare sulla mia pelle nessuna delle due cose, anche se forse il coltello è meno subdolo e almeno si sfila via! Abbiamo poi tempo di trovare un lento, “Vorrei ancora“, che è pure il brano più lungo del cd con i suoi 4 minuti, e dopo due pezzi incazzosi concludiamo con “Militia time” e “I’ve seen my death tonight” che, a differenza degli altri pezzi, sono cantati in inglese. Un lavoro senza infamia e senza lode, ma spesso quello che conta nel punk rock non è tanto la musica o la “bellezza”, quanto l’attitudine e testi ribelli.

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