Camp Lion La Teoria Di Romero

2.5/5
Fresca fresca questa nuova uscita della New Model Label di Ferrara, etichetta che si dà molto da fare in fatto di musica nel nostro paese. Stavolta parliamo di quattro ragazzi trentini, fautori di un pop melodico e colorato che ricorda qua e là i Finley, i Velvet, i Blink 182 e i Prozac +. Molto

Fresca fresca questa nuova uscita della New Model Label di Ferrara, etichetta che si dà molto da fare in fatto di musica nel nostro paese. Stavolta parliamo di quattro ragazzi trentini, fautori di un pop melodico e colorato che ricorda qua e là i Finley, i Velvet, i Blink 182 e i Prozac +. Molto vicini, stilisticamente (ma meno dal punto di vista delle liriche) agli Erem Davi Q, altra giovane realtà ascoltata e recensita non molto tempo fa su queste pagine. “La teoria di Romero” è un titolo curioso, che deriva da una critica dei ragazzi al consumismo del mondo contemporaneo che impera, dilaga e rende l’uomo come uno zombie (icona dei film horror del regista qui citato) privo di personalità. Gli arrangiamenti dei Camp Lion sono ben curati, molto orecchiabili, i testi semplici, diretti e facilmente comprensibili; il tutto sembra molto orientato al mercato e al commerciale, quindi, perché criticare il consumismo? E’ proprio il consumismo che potrebbe rappresentare un tornaconto per i ragazzi trentini…

A volte i Camp Lion mostrano i denti, creando brani più energici e punk-rock-oriented: “Etere”, “Rattvik Parte 2”, “45”, “Deja Vu” e “Meno Di Uno Zero”. In questi brani si sente moltissimo l’influenza dei Finley, sia nelle linee di chitarra che, soprattutto, nella voce. In altre tracce i toni sono più scanzonati, ad esempio nell’opener “Dimmi Cosa Ho Detto”, “Ombra” o “Lettera A M”. In generale la leggerezza, sia musicale che tematica, è il minimo comune denominatore dell’album. Leggerezza, appunto, anche nelle liriche: solitamente rilassate e ironiche, talvolta agrodolci (“Ombra” e “Lo Stesso Punto”, per esempio), la maggior parte delle volte un po’ adolescenziali. Non mi è dispiaciuto il tema toccato in “Deja Vu”, brano che racconta del momento delicato della scelta di sposarsi, che rappresenta al contempo una nostalgica netta chiusura col passato (delle cazzate con gli amici, ecc.) e una timida speranza per un futuro “di coppia” ancora tutto da scoprire. Molto ben riuscita la conclusiva “Clever”, meno scontata, più articolata delle altre tracce. Se il disco fosse stato tutto così, avrei già applaudito più di una volta.
Bisogna fare un po’ i conti con le due facce della medaglia: la forza dei Camp Lion risiede proprio nella loro spudorata commercialità e banalità, che però sono anche due aspetti che non nobilitano molto la musica suonata. La gradevolezza delle melodie e degli arrangiamenti sconfina un po’ troppo in un’attitudine e una struttura tematica “da giovincelli” che non gioca molto a favore della credibilità della band. I riscontri economici del disco potrebbero esserci, ma un riscontro di critica pretende più sostanza, un minimo di coraggio in più.

Manuel Ghilarducci

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