Death Disco Disconnected

2.5/5
Una sensazione di deja-vu s’impadronisce di me mentre ammiro la copertina di questo lavoro: Death Disco, un monicker già sentito, che assomiglia troppo a quello di un ormai disciolto gruppetto electro-pop britannico, i Dead Disco. E una foto che ritrae le mani di due manichini, su uno sfondo oscuro che sembra il corridoio di un

Una sensazione di deja-vu s’impadronisce di me mentre ammiro la copertina di questo lavoro: Death Disco, un monicker già sentito, che assomiglia troppo a quello di un ormai disciolto gruppetto electro-pop britannico, i Dead Disco. E una foto che ritrae le mani di due manichini, su uno sfondo oscuro che sembra il corridoio di un ospedale: un iconografia che puzza troppo di british, di new wave, insomma di quella tradizione ottantiana che adesso sta vivendo una vera e propria renaissance (o plagio che dir si voglia). Tradizione nella quale si inseriscono infatti a pieno anche i nostrani Death Disco. Non so perché, ma la foto dei manichini mi ha fatto venire in mente subito i Placebo, che infatti si rivelano essere una delle influenze maggiori della band; è sufficiente ascoltare il giro di chitarra di “Someone Else”, le linee di basso e pure le linee vocali per rendersi conto di stare ascoltando un’attualizzazione del primo album dei Placebo. Tutti gli altri elementi tipici della revival della new wave, cioè le caratteristiche di Editors, Interpol, Bloc Party, Killers e compagnia bella sono perfettamente riscontrabili anche nei Death Disco.

Una forte impronta dei mostri sacri che furono, su tutti David Bowie, è presente in alcuni brani come “A Sweet Advice” che nella strofa scimmiotta in modo pressoché identico anche i Jesus & Mary Chain e i Simple Minds. Dirò di più, le linee vocali e le chitarre della strofa sono un vero e proprio plagio di “Darklands”, bellissimo album del primo dei due gruppi appena citati. Difficile distinguere un pezzo da un altro, in quanto tutti ripropongono gli stilemi citati: basso in evidenza come la tradizione ottantiana desidera, chitarre elettrificate, batteria sempre dritta in 4/4 e linee vocali risultate dall’amalgama di Bowie e Jesus & Mary Chain, il tutto integrato da un po’ di elettronica (poca). Mi fa piacere leggere nella biografia della band una velata condanna al termine “indie” e una manifesta intenzione di voler proseguire la tradizione new wave: sicuramente i membri della band sanno di cosa stanno parlando, almeno, e non è poco.

Il risultato? Apprezzabile, forse, in quanto ad ascolto: si può premere play, lasciare il cd in sottofondo mentre si sta facendo altro, e trascorrere una mezz’ora quasi piacevole. Ma il contributo dei Death Disco qual è? Nessuno. Sicuramente stanno cercando di sfondare in qualche modo approfittando dell’hype che questo tipo di musica sta vivendo…

Manuel Ghilarducci

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