Francesco Marziani In My Own Sweet Way

3.5/5
Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando sentite il termine Jazz? Io vedo un locale buio e fumoso, un palco con luci soffuse blu, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria, musicisti concentrati e sudati dalle mani affusolate e veloci. Talentuosi. Troppo talentuosi. Dagli strumenti, una musica si propaga gentilmente. E’ una

Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando sentite il termine Jazz? Io vedo un locale buio e fumoso, un palco con luci soffuse blu, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria, musicisti concentrati e sudati dalle mani affusolate e veloci. Talentuosi. Troppo talentuosi. Dagli strumenti, una musica si propaga gentilmente. E’ una melodia affascinante ed emozionante. O è forse ostica e poco orecchiabile? Improvvisamente mi ritrovo in un’immensa sala. C’è un grande lampadario pesante al centro, costituito da migliaia di gocce di cristallo che illuminano le pareti ed i volti della gente in abito da sera che balla. L’orchestra è in un angolo, i musicisti hanno lo sguardo allegro e si sorridono appena possono, ma intanto non sbagliano una nota. O forse sono io a non accorgermene. Questo è esattamente quello che ho visto, mentre ascoltavo per la prima volta “In my own sweet way“, l’album di debutto del giovane pianista jazz campano Francesco Marziani. Ho pensato “Wow. E’ la perfetta trasposizione in musica di quello che ho sempre immaginato potesse essere la scena di un film anni ’40…E’ come ho sempre immaginato si potesse descrivere il jazz”.

Dalla prima nota, ho visto l’anima di questo pianista senza compiere sforzi. Si è mostrata a me fatta di ebano e di avorio. E’ un’anima che, fluttuando sugli 88 tasti, li accarezza e si fonde con essi. E’ bello sentire suonare Francesco, si sente il rispetto e l’emozione che prova mentre reinterpreta i quattro standards inclusi nell’album e passione, dedizione e desiderio emergono chiaramente quando si cimenta nell’esecuzione delle sue cinque composizioni originali. Di fondamentale importanza è stata la partecipazione di due giganti del jazz italiano, Massimo Manzi alla batteria e Massimo Moriconi al contrabbasso, che hanno svolto il ruolo di sessione ritmica in modo preciso ed elegante, rendendo ancora più affascinante quello che il giovane pianista stava realizzando.

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