Fullout Boom

3/5
Dopo un breve intro che non colpisce molto, i”Boom!” dei Fullout emerge con una prima traccia, “Scrowl”, molto matura, decisa e curata negli arrangiamenti. In forte evidenza una bella linea melodica messa in risalto da una voce davvero molto particolare. Il brano risulta nel complesso orecchiabile e possiede un bel mix di distorsioni ed un

Dopo un breve intro che non colpisce molto, i”Boom!” dei Fullout emerge con una prima traccia, “Scrowl”, molto matura, decisa e curata negli arrangiamenti. In forte evidenza una bella linea melodica messa in risalto da una voce davvero molto particolare. Il brano risulta nel complesso orecchiabile e possiede un bel mix di distorsioni ed un piano che arricchisce la melodia. Senz’altro uno dei momenti meglio riusciti del disco. Le influenze della band che si riconoscono vanno dai Distrubed agli Otep fino ai Flaw; in sostanza il gruppo suona un bel crossover energico, ma che  strizza l’occhio alle classifiche. La qualità certo c’è, ma in alcune tracce si insiste eccessivamente sulla particolarità della voce e talvolta i musicisti, pur suonando delle buone partiture, restano un po’ troppo in secondo piano, appiattendo così il lavoro che già dalla qualità di registrazione non risulta molto dinamico.

Detto questo, l’album dà comunque una bella carica di energia e un po’ tutte le tracce mantengono il giusto mix di aggressività e melodia. Il disco inizia con un tris di brani davvero ben riusciti, oltre al già citato “Scrowl” vi sono “L’Arcane Sans Nom” e “Corporal Chemstry”. Il quinto pezzo, “Slow Power”, essendo più lento dei precedenti, regala un bello stacco al disco che poi riprende con “The Predator” (che ha anche una seconda versione elettronica ben riuscita) dai ritmi afro, e con “Fullout” traccia che porta il moniker della band, ma che non risulta un episodio pienamente convincente. “Shot” è invece ben congeniata, con un bel incedere, un ritmo davvero incalzante e con dei vocalizzi che mettono in mostra una timbrica davvero molto particolare, che magari alla lunga può risultare stancante, ma che con le melodie giuste e qualche “insistenza” in meno può davvero spaccare.  “Boom” con la sua successione infinita di parole e “The man I adore”, una ballad con violini e quant’ altro, sono degli ottimi brani, mentre “Quake”, che ha l’onere di chiudere il disco, lo fa senza infamia e senza lode. La band non è ancora pienamente matura, ma con una registrazione migliore ed evitando di crogiolarsi troppo sulla seppur ottima voce, può davvero dire qualcosa, le canzoni nel complesso ci sono, ed alcune possiedono il giusto mix per poter sfondare.

Luigi Di Lorenzo

Condividi.