Furyu Cio Che L’Anima Non Dice

4/5
“Furyu” in giapponese moderno significa “elegante”, ma è un concetto complesso di tradizione millenaria che indicava una visione della vita nostalgica e aristocratica e simboleggiava lo scorrere del vento e dell’acqua. Con un nome così pregnante dal punto di vista filosofico si presentano questi ragazzi bolognesi, formatisi nel 2000, che danno alle stampe la loro

Furyu” in giapponese moderno significa “elegante”, ma è un concetto complesso di tradizione millenaria che indicava una visione della vita nostalgica e aristocratica e simboleggiava lo scorrere del vento e dell’acqua. Con un nome così pregnante dal punto di vista filosofico si presentano questi ragazzi bolognesi, formatisi nel 2000, che danno alle stampe la loro prima prova discografica, dal titolo “Ciò che l’anima non dice”. La scelta del monicker, delle liriche, dell’artwork, del look (tutti in completo, giacca e cravatta) risponde alla volontà di dar vita a una realtà musicale e culturale complessa e sofisticata. Tali caratteristiche sono rispecchiate ovviamente anche nelle soluzioni armoniche e strumentali di tutti i cinque (più uno) brani che compongono il cd, che è un concept-album. I Furyu suonano un progressive rock-metal molto energico e roccioso, che risente anche dell’influenza (quasi impalpabile) del post-rock, del jazz (in alcuni passaggi strumentali) e dell’alternative rock italiano (che lascia l’impronta sulle liriche e sulle atmosfere un po’ oscure e “schizzate” che permeano il disco). Le strutture tipicamente progressive-metal (in chiave Dream Theater e Fates Warning), caratterizzate da forza, energia e corposità (ma potremmo dire addirittura pesantezza) al limite del thrash-metal (sono presenti influenze di Nevermore e primi Megadeth nelle soluzioni ritmiche e in certi passaggi strumentali) vengono, per fortuna, arricchite da un’intelligenza e un’originalità compositiva che non è propria dell’ambiente metal e vanno perciò a creare una forma più particolare di progressive, più “italiana” (in senso buono stavolta) e meno banale. Se mi si chiedesse se “Ciò che l’anima non dice” sia un disco metal o meno, risponderei tendenzialmente di no, ma non potrei negare che l’evidenza della matrice prog-metal del lavoro.

Il livello tecnico dei ragazzi è ovviamente sorprendente, e lo è ancora di più dato che si tratta del debut album: si tratta di una band estremamente preparata sotto tutti i livelli, in grado di sorprendere, assessare colpi diretti e trascinare grazie alle particolari atmosfere che è riuscita a conferire al disco. Tutte le caratteristiche del progressive rock-metal ci sono, ma quel tocco in più rende il prodotto appetibile ai palati più fini ed esigenti. Difficile fare un’analisi track-by-track. Il lavoro va ascoltato (e apprezzato) nel suo complesso. Una critica, però, la posso fare: nella propria biografia, i Furyu affermano di voler “creare sonorità orecchiabili, composte in estrema libertà, con buona tecnica, senza mai cadere nell’atonia”. Non sono completamente d’accordo: innanzitutto il disco è ben lontano dall’essere orecchiabile, poiché pur essendo molto piacevole, l’ascolto richiede un’attenzione e una preparazione che l’ascoltatore medio-occasionale non ha; inoltre l’estrema libertà non la riscontro in tutto il disco, poiché, sebbene il lavoro sia senza dubbio personale e originale, le coordinate stilistiche base del progressive sono seguite pressoché alla lettera e a volte i brani, molto lunghi, avrebbero potuto essere “accorciati” per evitare passaggi strumentali troppo ridondanti; se non si rischia, per poco, l’atonia, si rischia comunque di stancare anche i più affamati ascoltatori di progressive: a volte la tecnica sembra essere non solo il mezzo ma il fine, e questo è il rischio più grosso che una band che suona questo genere possa correre.
Per il resto, che diamine, complimenti vivissimi!

Manuel Ghilarducci

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