Margaret Cromoliquido

2.5/5
Torinesi e con una carriera già avviata alle spalle, che comprende dal 1998 la pubblicazione di tre demo e un primo full-length dal titolo “Tra una pallida calma”, i Margaret si presentano al cospetto di Jamyourself con il loro secondo lavoro, dall’attizzante titolo di “Cromoliquido”, risultato oltre che di fatiche anche di svariati cambi di

Torinesi e con una carriera già avviata alle spalle, che comprende dal 1998 la pubblicazione di tre demo e un primo full-length dal titolo “Tra una pallida calma”, i Margaret si presentano al cospetto di Jamyourself con il loro secondo lavoro, dall’attizzante titolo di “Cromoliquido”, risultato oltre che di fatiche anche di svariati cambi di lineup. “Cromoliquido” è un disco che piacerà subito agli amanti dell’alternative rock italiano, rappresentato da bands come Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena e i compianti Timoria. Menzionate queste realtà italiche, potrei anche chiudere qui la recensione, per due sostanziali motivi: primo perché tutti conoscono la proposta musicale delle band citate, secondo perché il suono dei Margaret altro non è che un mix delle loro sonorità, dalle quali non si sposta di una virgola. Ma vedrò di analizzare più da vicino i brani che compongono questo lavoro.

Innanzitutto, la produzione, forse un po’ troppo ovattata (scadente il suono della batteria), nota dolente che colpisce subito non appena premiamo play. Ma l’opener “Tra la polvere” si distingue come un brano efficace, con una buona melodia, capace di farsi ricordare e cantare già dopo il primo ascolto: è un primo affondo che i Margaret segnano e che fa ben sperare nel proseguimento dell’ascolto del disco. Speranze che però vengono meno passando alla traccia successiva, dove nella voce il sottoscritto rintraccia pericolose affinità e convergenze con Ligabue; la banalità delle liriche e dell’andamento ritmico non aiuta. E’ meglio mettere perciò da parte “Nuova abitudine”. Il tiro si rialza parzialmente con le tracce successive, che scorrono gradevoli ma un po’ anonime, sino alla bella “Finale”, introdotta da un ottimo arpeggio di chitarra molto malinconico, che si sposa perfettamente con un bel testo anch’esso molto nostalgico e patinato. Il coinvolgimento emotivo creato dal brano non abbandona l’ascoltatore fino alla fine, svelando una ricchezza di particolari strumentali e vocali degni di nota. Tra pezzi più aggressivi (“Più altro” e “Alba”, che è proprio un bel brano) e più riflessivi (“Complice la notte”, un vero e proprio plagio dei Marlene Kuntz) il disco volge verso la fine, e il ruolo del sigillo spetta a “L’arte dello smarrimento”, che ci consegna un testo con venature politiche (potevano mancare? In Italia mettiamo la politica ovunque, si sa) inserito in una struttura strumentale e vocale comunque pregiata.

Il bello dei Margaret sono le atmosfere che la loro musica talvolta riesce a creare, qualche brandello di testo qua e là (in momenti di evidente e maggiore ispirazione) e il timbro vocale di Fabio Cubisino. L’altra faccia della medaglia, invece, è costituita da una eccessiva omogeneità della musica (leggasi piattezza, alias la sensazione che in qualche modo il cd suoni sempre uguale, ed è proprio così), da un manierismo musicale sfrontato che deriva tutto dalle bands che ho citato all’inizio e dalla monotonia delle linee di chitarra. Spero che in futuro i Margaret riusciranno a liberarsi del peso gravoso dei grossi nomi dell’alternativese italiano e personalizzino maggiormente la proposta musicale, confezionando dischi meno derivativi, altalenanti e manieristici, indirizzati magari a un target più ampio rispetto a quello della legione “afterhoursiana” italiana.

Manuel Ghilarducci

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