No Strings Left La Prise De La Bastille

2/5
Un cd ben confezionato e illustrato e un monicker o un titolo originali fanno sempre una buona impressione: è il caso anche dei No Strings Left, che si presentano, sotto la ferrarese New Model Label, con il loro primo full-length dall’ammaliante titolo “La Prise De La Bastille”. Come recita il comunicato di presentazione dell’etichetta, “un

Un cd ben confezionato e illustrato e un monicker o un titolo originali fanno sempre una buona impressione: è il caso anche dei No Strings Left, che si presentano, sotto la ferrarese New Model Label, con il loro primo full-length dall’ammaliante titolo “La Prise De La Bastille”. Come recita il comunicato di presentazione dell’etichetta, “un disco battagliero fin dal titolo”. Vediamo se è vero. Il lavoro si apre con l’intro “Avant La Bataille”, una traccia strumentale suonata sotto la voce di nientepopodimeno che Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo italiano. Una trovata non originale, poiché lo stesso identico esperimento è già stato fatto dagli Zeta Zero Alfa (gruppo punk-hardcore della scena dell’estrema destra italiana, legato a Casa Pound e capitanato dal politico Gianluca Iannone) nel disco “La Ballata Dello Stoccafisso”, ma comunque gradevole, un po’ per il gusto retrò e battagliero, un po’ perché, sposandosi con la futurista copertina del disco, fa aumentare la curiosità in chi ascolta, che si aspetta un disco veramente avanguardistico e combattivo. Appena terminato l’intro, scatta il primo brano: è punk, un punk molto simile ai Bad Religion, scanzonato, melodico, che di battagliero e di futuristico non ha proprio nulla.

E quasi tutti i brani si muovono in questa dimensione stilistica: strutture lineari, monocorde e deboli. Non tutti i pezzi sono veloci e diretti come quello appena citato, poiché nella tracklist si contano anche i momenti più rilassati e in mid-tempo, come ad esempio “November”, (ancora più blanda e spensierata delle canzoni che la precedono, però). La sensazione di “tirato via” domina anche i brani che seguono, tutti caratterizzati da un’approssimazione stilistica e tecnica che a volte rasenta il limite della sopportabilità: è il caso di “Little Song To Dance To” e “Manage Your Beauty”. I ragazzi fanno di meglio quando tentano di giocarsi la carta dell’atmosfera (vedi “Wastin’ Time”), ma non raggiungono mai livelli sufficienti.

Manuel Ghilarducci

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