Piano For Airport Another Sunday On Saturn

3.5/5
Piano For Airport: un monicker che ricorda vagamente Brian Eno e le sue suggestioni ambientali e futuristico-intimistiche. Ma non c’è traccia di ambient music in questo disco, sebbene l’elettronica sia una componente base del sound di questa band, formata nel 2007 e che ha debuttato nel dicembre del 2008 con un EP, per poi passare

Piano For Airport: un monicker che ricorda vagamente Brian Eno e le sue suggestioni ambientali e futuristico-intimistiche. Ma non c’è traccia di ambient music in questo disco, sebbene l’elettronica sia una componente base del sound di questa band, formata nel 2007 e che ha debuttato nel dicembre del 2008 con un EP, per poi passare al primo full-lenght, dallo sfizioso titolo allitterante, “Another Sunday On Saturn”. Quattro ragazzi, accomunati dalla passione per la musica e dalla voglia di fondere elettronica e indie-rock: un cammino certo non originalissimo, vista la congiuntura particolarmente favorevole degli ultimi anni. E sembra proprio di sì, se estraiamo il cd dal delizioso package (molto carino l’artwork) e lo mettiamo nel lettore e premiamo play: un intro electro d’atmosfera, con un titolo post-rock (“We Are Coming Up With A Light Jump”), ci introduce nell’universo musicale della band. Un universo fatto di atmosfere cupe e intime, di arrangiamenti a volte decadenti a volte delicati ma passionali; l’eccellente coppia di brani posta ad apertura del disco, “Overturn The Lap” e “Monkey Theorem”, gioca a reinterpretare i Bauhaus e i Clash in versione più futurista, impastandoli con un sapiente e gradevole uso di synth.

Un passo in più verso l’elettronica, concretizzato in un beat deciso che sorregge un brano che richiama un po’ gli Air più crepuscolari, è lo stile che caratterizza “y-eL”, in cui il rumore delle macchine stride piacevolmente con le linee vocali soffuse e tranquille. Richiami all’indie-rock o al jangle-pop si alternano e si fondono con influenze più dream-pop e di vaga (molto vaga) reminescenza cocteautwinsiana, originando brani gradevoli e minimali (la tendenza dei Piano For Airport è quella di non strafare mai, sfruttando al massimo le potenzialità delle strutture semplici e giocando con la grande cura degli arrangiamenti), come la preziosa “Ghosts And Pillows”; là dove l’elettronica si fa ancora più marcata e i rimandi ai Kraftwerk si susseguono uno dopo l’altro, abbiamo l’ottima “Tired Eyes” e le assai convincenti “Just Done” e “This Air”, rumorosa e ultra-minimale. Qua e là salta fuori qualche arpeggio acustico di chitarra in chiave post-rock, che abbellisce il tutto. Nel complesso il disco si distingue per intelligenza, sobrietà e piacevolezza. Sfiora l’orecchio dell’ascoltatore senza mai disturbarlo, mantenendosi su un livello di “discrezione” (direi quasi di timidezza) che consente di emozionarsi senza stravolgersi troppo. Forse qualcuno al posto loro avrebbe osato di più, raggiungendo magari risultati discutibili. I Piano For Airport hanno preferito mantenersi in coordinate prestabilite (sia chiaro, prestabilite da loro stessi, non da altri, il che li rende una band assolutamente dotata di personalità) e accarezzare le nostre orecchie regalandoci un’atmosfera soffusa e controllata (sono veramente “arrivati con un leggero salto”, per parafrasare il titolo dell’intro).

P.S. Acquistate il disco. 7 euro spese di spedizione comprese, mi sembra un ottimo affare.

Manuel Ghilarducci

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