Renato Cantini Neverwhere

4/5
Renato Cantini, toscano, incarna tutte le caratteristiche del musicista contemporaneo italiano: lasciato solo da uno Stato che dà alla cultura lo stesso valore che ha il due di picche quando la briscola è cuori, lavora duro (in fabbrica, per pagarsi la strumentazione) e studia diligentemente dapprima il basso elettrico e poi la tromba e il

Renato Cantini, toscano, incarna tutte le caratteristiche del musicista contemporaneo italiano: lasciato solo da uno Stato che dà alla cultura lo stesso valore che ha il due di picche quando la briscola è cuori, lavora duro (in fabbrica, per pagarsi la strumentazione) e studia diligentemente dapprima il basso elettrico e poi la tromba e il piano, frequentando sia il Conservatorio di Livorno che vari seminari internazionali. Folgorato da Miles Davis già in “tenera” età, Renato non commette l’errore di fossilizzarsi nel jazz e si rivela un artista a tutto tondo, disegnando fumetti, vivendo d’amore e delle piccole-grandi cose della vita e mostrando un particolare interesse per la musica elettronica, che gli consente di essere al passo coi tempi che corrono.

Neverwhere”, in un elegante digipack altrettanto elegantemente illustrato, è un disco di nove pezzi (mezz’ora in tutto) in cui Renato suona tromba, campionamenti e basso, coadiuvato da altri musicisti (Daniele Principato alla chitarra, Nico Gori e Claudio Ingletti ai sax e Stefano Tamborrino alla batteria). La musica? Jazz, ovviamente, con influenze elettroniche e ambient marcate, in cui gli elementi più “classici” e riconoscibili della tradizione si intrecciano con inferenze del nuovo millennio. Deliziose le influenze post-rock dell’opener “Kill The Man With The Tie”, dove un arpeggio di chitarra dal sapore Explosions In The Sky sorregge un tessuto musicale su cui si impone la tromba di Renato, dolce e suadente. Le atmosfere soffuse e raffinate dettano legge anche nella title-track (superbo il pianoforte), mentre “Toys” non riesce a nascondere (e forse nemmeno lo vuole) l’importanza del beat e del campionamento, che irrequieto si “scontra” con le modulazioni trombettistiche. I tratti distintivi del jazz, ovvero la raffinatezza e l’eleganza, si conservano in tutte le tracce del disco (segnalo la fantatica “Palomar”), facendosi talvolta più magniloquenti (“Smiles”) e talvolta più minimali, sposandosi con l’elettronica minimale che ci ricorda un po’ Vladislav Delay (“Cielo Magenta Elettrico” e l’orientaleggiante e mistica “Greek Camel”).

Un disco da apprezzare, ascoltare, amare, che conserva una straordinaria omogeneità nel mood e una compattezza nello stile senza tralasciare qualche piacevole “intrusione” elettronica e rumorosa (a questo proposito segnalo ancora “Greek Camel”), che non disturba la proposta musicale di Renato ma anzi la arricchisce e la condisce rendendola ancora più interessante e variegata e scacciando lo spettro della noia. Se non conta da dove vieni ma conta dove vai, Renato andrà molto lontano; se invece non conta dove vai ma da dove vieni, il suo bagaglio musicale è talmente eccelso e la sua passione per la musica e l’arte talmente viva, che posso veramente affermare di aver ascoltato qualcosa di notevole, come da tempo non mi capitava di fare.

Manuel Ghilarducci

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