Steel Flowers 12 Tales From The Life of Mr Someone

2/5
Quanto proposto dai milanesi Steel Flowers è sostanzialmente un hard-rock piuttosto tirato che non disdegna l’uso della melodia. Le loro influenze sono presto riconoscibili, e sono radicate nelle forme settantiane e ottantiane del genere, frutto di dettami di gente come Skid Row, Guns ‘n Roses, Deep Purple. Di nuovo mi trovo a dissentire con una

Quanto proposto dai milanesi Steel Flowers è sostanzialmente un hard-rock piuttosto tirato che non disdegna l’uso della melodia. Le loro influenze sono presto riconoscibili, e sono radicate nelle forme settantiane e ottantiane del genere, frutto di dettami di gente come Skid Row, Guns ‘n Roses, Deep Purple. Di nuovo mi trovo a dissentire con una band per quanto riguarda la sua auto-definizione, poiché, nel caso preso in esame, non riesco e non riuscirò nemmeno sotto tortura a riscontrare le influenze di Queen, Dream Theater, Vasco Rossi (sic!) e Vinicio Capossela. Ben lontana da un rock di matrice progressiva come nel caso dei primi due gruppi appena citati, e al tempo stesso distante anche da una dimensione più cantautoriale (Vasco) e stravagante (Vinicio), la musica degli Steel Flowers si attesta, come già del resto detto in incipit, su un “rockettone” massiccio e ben sostenuto, dove, aggiungo ora, ogni riff di chitarra sa il fatto suo e dove la sezione ritmica sostiene un andamento consapevole, pur nella sua semplicità. Nota di merito comunque non sono soltanto i riff ma anche gli assoli e i fraseggi in genere, molto ben calibrati ed eseguiti; e pregevole è anche l’intervento dell’armonica in “17th Full Moon”, che dà un tocco bluesy al tutto.

Ciò che non riesco a digerire, invece, è la voce. E devo ammettere che non è la prima volta nel caso di una rock-band emergente. Credo che talvolta questi gruppi cerchino di assomigliare troppo a qualcuno scegliendosi il vocalist che, invece che contribuire a migliorare quello che già di buono c’è, rende il tutto talmente stridulo da risultare fastidioso all’ascolto. Il timbro vocale di Alessio è forzatamente gracchiante e sporco, nella ricerca di un’ipotetica dimensione ideale tra un Axel Rose e uno Zakk Wylde. Oltre che irritante, questa scelta vocale mi sembra anche, come ho appunto appena scritto, tremendamente forzata da una rincorsa all’attitudine “rock per forza”, forse unica vera analogia col citato Vasco Rossi. Ed è un peccato, un vero peccato, perché musicalmente e strumentalmente, gli Steel Flowers sono un’ottima band, affiatata, dotata della tecnica giusta e del senso del groove che non guasta mai. I dodici brani del disco sono tutti calibrati su frequenze hard-rock “sporche” ma integrate anche da ballads ben realizzate e gradevoli all’ascolto, almeno, ripeto, nella loro dimensione prettamente strumentale.

Qualche pregio e qualche difetto, riassumerei così questo debutto che, fortunatamente, sembra comunque a detta della band andare molto bene a livello commerciale; ma non è una cosa di cui stupirsi, dato che l’attitudine rock ricercata per forza e a tutti i costi è quella che paga di più in termini di quattrini. Altra cosa è armonizzare tutti gli elementi di una band, cosa che qui è stata senz’altro fatta (e lodo nuovamente la bravura dei membri, tutti), con eccezione della voce. Segnalo un bellissimo package e titolo del disco molto originale, che ha un retrogusto (ma solo nelle parole!!!) di Spock’s Beard.

Manuel Ghilarducci

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