The Echos Labor

3/5
I beneventani The Echos si presentano a noi con il loro ultimo lavoro, l’EP “Labor“, uscito per l’Areasonica Records nel mese di novembre, e si descrivono come un gruppo con radici rock, dalle quali si diramano influenze progressive, psichedeliche, blues e funky. Dando un’occhiata alla loro biografia, noto che nonostante i pochi anni di attività,

I beneventani The Echos si presentano a noi con il loro ultimo lavoro, l’EP “Labor“, uscito per l’Areasonica Records nel mese di novembre, e si descrivono come un gruppo con radici rock, dalle quali si diramano influenze progressive, psichedeliche, blues e funky. Dando un’occhiata alla loro biografia, noto che nonostante i pochi anni di attività, la line up è cambiata svariate volte, perdendo mano a mano qualcuno dei componenti originari della band. Questo però non li ha scoraggiati né fermati e hanno proseguito sulla loro strada, incidendo brani e partecipando a concorsi e manifestazioni, sembra con risultati più che discreti.  “Labor” contiene 5 pezzi, tutti ovviamente inediti e cantati principalmente in italiano, scelta sicuramente lodevole data la bellezza della nostra lingua, ma che a volte alcune band preferiscono ignorare per favorire l’esportabilità del loro prodotto.

Come scritto nella loro biografia, le influenze rock-psichedeliche e progressive si sentono, la tipica forma canzone è spesso ampliata e rielaborata, gli strumenti non lavorano in funzione della voce, ma tutti hanno qualcosa da dire, da comunicare. Non ci sono brani uguali tra loro in questo EP, dal rock più scarno e traballante di “Atavico ricordo“, passando per “Creazioni“, dove alcune progressioni ricordano i Muse e l’organo conferisce una nota di  malinconia. E proprio la costante presenza di synth e tastiere è una nota positiva di questo lavoro: non si limitano a fare tappeto, ma imbastiscono trame e soluzioni melodiche efficaci. I ragazzi ci sanno fare, si sente che l’intesa c’è e sanno il fatto loro agli strumenti. Ovviamente qualche pezzo è un po’ sotto tono (“Sirio” mi rimane indigesto) e qualcuno è meglio di altri, ma la media è sicuramente positiva.
Quello che forse si amalgama meno bene al tutto è la voce, dà l’impressione che sia un po’ troppo sottile e “staccata” dal resto in fase di mixaggio. Anche i suoni mi hanno fatto riflettere: generalmente la pasta sonora è old style, le chitarre soprattutto virano verso gli anni ’70, ma poi arrivano i synth con suoni moderni e “spaziali” e tutto si mescola: non sto dicendo che sia un difetto o un pregio, onestamente non l’ho capito e non mi interessa deciderlo perché così hanno deciso i The Echos, ma sarei curioso di sentire il tutto in chiave più moderna…

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