The Foreign Resort Offshore

3.5/5
E’ assai superfluo dirlo, ma ormai sembra proprio che non ci sia modo di arginare né ridimensionare il flusso inarrestabile del cosiddetto indie rock proveniente dal Regno Unito e che si sta espandendo a mò di piovra tentacolare in tutta Europa. Tralascio il dibattito sull’opportunità dell’uso di tale termine “indie”, che ormai, dopo la fortuna

E’ assai superfluo dirlo, ma ormai sembra proprio che non ci sia modo di arginare né ridimensionare il flusso inarrestabile del cosiddetto indie rock proveniente dal Regno Unito e che si sta espandendo a mò di piovra tentacolare in tutta Europa. Tralascio il dibattito sull’opportunità dell’uso di tale termine “indie”, che ormai, dopo la fortuna commerciale e stilistica di band arcinote come Bloc Party, Franz Ferdinand, The Killers ha subito uno shift semantico andando a designare non più uno scenario indipendente ma una moda che imperversa nei campi dell’abbigliamento, della fotografia e persino del modo di camminare e parlare.

Offshore” dei The Foreign Resort si inserisce in tutto e per tutto all’interno del filone appena menzionato. Curiosamente la band largamente promossa in Italia è invece danese, precisamente di Copenhagen. Le citazioni musicali sono innumerevoli, soprattutto quella dei Killers, una band alla quale i Foreign Resort sembrano essere particolarmente debitori, soprattutto nelle linee vocali, nel drumming e nel riffing di chitarra. Ma i nostri danesi non ne fanno mistero, citando (a ragione) influenze che spaziano dai Killers ai Cure (lo spettro di Smith aleggia su diverse tracce del disco), passando per M83 e Jesus And Mary Chain (nelle loro esternazioni elettrificate, però).
Niente di nuovo sotto il sole quindi, ma il disco è molto, molto piacevole. I trentasei minuti circa scorrono in maniera spontanea e naturale, come un corso d’acqua rigoglioso; le sensazioni regalate sono, su tutte, la malinconia (molti brani del cd ricordano anche i sottovalutati Stellastarr*) e l’introspezione. Gli highlights del disco sono “The Starlit Sea” (degna apertura!), “Towards The Dusk” (più frizzante, che ricorda le tonalità pseudo-funky di “Why Can’t I Be You” dei Cure che furono) e le intime “Night” e “Relax (It’s Only Love)”, che chiude e sigilla un dischetto adorabile.

Manuel Ghilarducci

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