The Low Cost The Low Cost

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I Low Cost si dichiarano consapevoli di “emettere frequenze che a taluni potrebbero risultare fastidiose, e ad altri, invece, piacevolmente percepite. Ma questa è un’altra storia, che qualcun altro deve raccontare…”, ed ecco che entra in gioco chi scrive a raccontarvi questa storia. Quattro musicisti romani, decidono soltanto nel 2008 di dar vita a questo

I Low Cost si dichiarano consapevoli di “emettere frequenze che a taluni potrebbero risultare fastidiose, e ad altri, invece, piacevolmente percepite. Ma questa è un’altra storia, che qualcun altro deve raccontare…”, ed ecco che entra in gioco chi scrive a raccontarvi questa storia. Quattro musicisti romani, decidono soltanto nel 2008 di dar vita a questo progetto dopo alcune più o meno significative esperienze musicali individuali; la loro, dicono, è una necessità, che non esiterei a definire “sanguigna”: desiderano fare musica e basta, senza troppe categorizzazioni né etichette, adottando una Weltanschauung filosofico-musicale che si propone innanzitutto di superare la distinzione tra generi, fondere stile diversi e realizzare un connubio tra tradizione e innovazione grazie all’uso di strumentazioni moderne e di matrice elettronica (loops, campionamenti, synths) congiuntamente ad altre di derivazione più classica e vintage (archi, theremin) e a un nucleo centrale sfacciatamente rock (chitarre, basso e batteria).

Il dischetto è “soltanto” una versione promozionale di quello che sarà il full-length, che vedrà indicativamente la luce a metà del 2010, contiene sei tracce ma è già sufficiente per far comprendere quali sono i territori musicali in cui i Low Cost si muovono, da dove vengono e dove vogliono andare. L’interessante e piacevole eterogeneità dei brani è riconducibile a una serie di influenze ben riconoscibili e al tempo stesso ottimamente metabolizzate e personalizzate: il post-rock su tutte (penso ai Mogwai, tanto per fare il nome più celebre del filone o ai meno conosciuti Transit), il progressive rock più ambientale e psichedelico (lo spettro dei Porcupine Tree infesta la seconda traccia, “Holymount In The Rain”), il minimalismo elettronico dolce e sognante di derivazione scandinava (Porn Sword Tobacco o Library Tapes in primis) e le divagazioni oniriche del dream-post-rock più astratto e decadente (i compaesani Port-Royal e il progetto greco Absent Without Leave). Influenze, come ho detto, ben marcate e ben riconoscibili, ma non ricalcate pedissequamente: i Low Cost si dimostrano abili demiurghi del suono, reinterpretano, plasmano, modellano la materia incandescente e la trascinano verso lidi ambiziosi senza mai spingersi troppo oltre annoiando o confondendo l’ascoltatore. Il disco in questione è un ottimo lavoro di post-rock creativo e intelligente, ben suonato, ben prodotto, dove niente è fuori posto e niente è scomodo o lasciato al caso; sarà anche tutto “low cost”, ma sembra che alla forma la band ci sia stata molto attenta!

Manuel Ghilarducci

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