WildRoads WildRoads Ep

3/5
Ormai i gruppi che propongono una certa musica sono sempre meno, sia per il fatto che l’hard rock/street/glam andava di moda 20 anni fa, sia perchè spesso non è facile trovare componenti per mettere su un gruppo del genere (situazione purtroppo provata a mie spese…). Dal 1986 al 1994 circa, queste band dai capelli cotonati,

Ormai i gruppi che propongono una certa musica sono sempre meno, sia per il fatto che l’hard rock/street/glam andava di moda 20 anni fa, sia perchè spesso non è facile trovare componenti per mettere su un gruppo del genere (situazione purtroppo provata a mie spese…). Dal 1986 al 1994 circa, queste band dai capelli cotonati, i vestiti attillati e le pose ammiccanti erano praticamente ovunque, spuntavano fuori come funghi e le case discografiche non potevano che puntarci moltissimo. Alcune sono sopravvissute fino ai giorni nostri mantenendo quasi la stessa proposta di 20 anni fa (Motley Crue), altre sono evolute (Europe), tantissime sono morte e sepolte. In questa scena priva di protagonisti, ecco irrompere i toscani Wildroads, che nel loro EP omonimo ci forniscono una prova di quello che sono capaci di fare e di quelli che sono i loro modelli d’ispirazione. L’EP si apre con due pezzi molto tirati, stradaioli, “Rider of the sunset” e l’omonima “Wildroads“. Le sonorità sono quelle dei Poison o degli Skid Row, alcuni grossi nomi che andavano per la maggiore nei primi ’90. “She has been cheated“, se il mio udito non mi tradisce si apre con un dialogo preso da Californication, dove uno scrittore sciupafemmine impersonato da David Duchovny cornifica ripetutamente la moglie (serie consigliatissima: sex, drugs & rock’n roll): il brano è piacevole, il lavoro chitarristico è pregevole come anche negli altri pezzi, la batteria carbura e la voce regge…insomma, alla grande!

Ma in un disco hard rock, poteva mancare la ballata da accendini al vento e ragazze svestite? Certo che no, ed ecco qui “Re-live my life“, brano atmosferico dove la comparsa delle tastiere rende più omogenea la musica, creando un feeleng particolare, soprattutto considerando la durata del pezzo in questione. Una cosa che però avrei decisamente cambiato è l’uso della chitarra elettrica clean: secondo me un’acustica ci sarebbe stata decisamente meglio. L’album si chiude con “Sick Soul“: il problema di questo pezzo non è la canzone di per sè, ma la voce che viaggia continuamente su linee troppo alte: Michael Cavallini non è un cattivo cantante ma ritengo che esprima meglio le sue doti potendo spaziare su un registro più ampio, invece che stando solo su. In definitiva un EP più che valido e prodotto pure bene, per un genere che ormai purtroppo non garantisce niente di più che qualche serata nei soliti locali/pub a giro per l’Italia, o almeno in quelli dove si “rischia” a far suonare qualcuno che non proponga cover…

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