Intervista Dente a Non luoghi musicali note senza confini

Non luoghi musicali, note senza confini“, è un rassegna musicale di pop, rock e jazz che si sta svolgendo all’interno del Centro Commerciale Campania di Marcianise (CE). Ideata da Campania Collective, vuole dimostrare che la musica rock, pop, folk e jazz può essere suonata dovunque si possa riunire un pubblico di appassionati.  Cristina Donà, Bugo, Nada, Terra Naomi, Dente, Casino Royale, Paolo Fresu, Enrico Pieranunzi, Chihiro Yamanaka Trio, sono solo alcuni dei nomi della rassegna musicale. In data 16 marzo 2012, un folto pubblico ha assisstito al concerto gratuito del cantautore di Fidenza, Giuseppe Peveri, in arte Dente. Prima del live l’artista si è concesso per una breve chiacchierata.

Ciao, innanzitutto grazie per la disponibilità! Raccontaci qualcosa dei tuoi esordi, come hai conosciuto Fiumani (Federico, leader dei Diaframma) e come è nata la partecipazione alla compilation “Il Dono”.
Prego, grazie a te! Ero al festival del teatro di Volterra e suonavo con Vasco Brondi. Quella sera, venne Fiumani a vederci e lì mi chiese di partecipare alla compilation. La cosa divertente, che vale la pena raccontare, fu che per la prima volta avevo il tubo a coriandoli,  e poichè non lo sapevo usare molto bene, non tolsi la plastica intorno, ma alla fine, facendo fatica,  riuscii a farlo funzionare. Purtroppo accadde che sparai tutti coriandoli in faccia a Fiumani che era in prima fila (ride), però poi… insomma, andò tutto bene.

Cosa è cambiato, artisticamente parlando da “Beato me” ad oggi?
Niente (ride), non vedo molti cambiamenti, è una delle tante canzoni che ho fatto, forse non è la più “rinchiudibile” dentro gli altri dischi, infatti, era il pezzo rimasto fuori da “L’Amore Non E’ Bello”. E’ un brano un po’ strano per i miei standard perché è poco autobiografico… però l’ho fatto.

Che consigli ti senti di dare agli artisti emergenti?
Consigli faccio fatica a darne, perché non mi sento un professore né uno che è riuscito a fare chissà che cosa. Posso dire quello che secondo me ha funzionato quando ho cominciato: la perseveranza e il sacrificio. Questo è un mestiere “che ti mangia abbastanza la vita”, quello che ho fatto è stato di dedicarmi alla musica al cento per cento e di adattarmi a ogni tipo di situazione. Difatti, all’inizio della mia carriera, mi recavo ovunque mi si desse la possibilità di suonare, accettando qualsiasi cachet. Mi sono buttato proprio con la testa giù in questa mia scelta e con me ha funzionato.

Cosa avresti fatto se non avessi raggiunto il successo?
Avrei fatto un mestieraccio qualsiasi per tirare a campare, non avrei avuto grosse pretese. Quando ho cominciato a provare a fare questo mestiere non avevo niente da perdere. Era un momento della mia vita in cui veramente potevo permettermi emotivamente di provare a fare qualunque cosa. Avevo deciso di non dire più di no e di provare nuove strade, qualcosa di diverso, anche un po’ uscire da quella mentalità da provincia che avevo e che mi era stata indotta: trovare un lavoro sicuro a tempo indeterminato, stare tranquillo senza sognare più di tanto. Decisi di non pensarla più così, altrimenti oggi farei un lavoraccio che non mi sarebbe piaciuto.

Come vedi il panorama musicale italiano?
Lo vedo bello florido, attivo. A differenza di qualche anno fa è cambiato un po’ il tiro, si riescono a fare dei generi di musica molto popolari, nel senso bello del termine, che possono arrivare finalmente a tanta gente, sicuramente migliori di quelli proposti  dal mainstream.  A differenza di ciò che accadeva  negli anni ‘90 dove i gruppi che seguivo io e quelli della mia età, a mia mamma non piacevano (sorride), oggi Brunori e Nicolò Carnesi, piacciono anche a mia madre, Vasco Brondi magari un po’ meno, ma comunque può essere apprezzato da tanta gente rispetto a un “Catartica” dei Marlene Kuntz, o un disco dei CSI o Umberto Palazzo, per i quali io stravedevo e che però, mi rendo conto, erano molto più difficili rispetto ai lavori discografici che stanno uscendo oggi dall’underground.

Come nascono le tue canzoni?
Non lo so, per esigenza di dire delle cose o per la voglia di scrivere una canzone semplicemente. Spesso mi metto lì, suonicchio un po’ la chitarra e mi viene in mente una frase. Così nascono le canzoni. A volte sento proprio l’”urgenza” di dover esternare le mie emozioni, che magari non voglio tenermi dentro, sentendomi meglio senza risolvere niente.

Come sta andando il tuo ultimo disco “Io Tra di Noi”?
Il disco sta andando bene. Tutte le volte che faccio un disco ho sempre un po’ paura di come possa essere accolto perché lo faccio sempre di testa mia, senza pensare a un pubblico, non cerco mai di andare incontro a qualche cosa, ma tendo semplicemente ad assecondare quello che voglio fare e, per questo motivo, ho sempre un po’ paura di aver fatto comunque un bel lavoro che piace solo a me, ma quello già mi basta, nel senso che se faccio qualcosa di cui sono soddisfatto, sono contento… poi se piace o non piace alla gente… “ciccia”, come si dice dalle mie parti (ride). Io penso che la cosa più importante sia fare un lavoro che mi aggradi, prima di tutto, perché poi… “la verità viene a galla”.

Luigi Di Lorenzo

 

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