Abiku Technicolor

Abiku Technicolor Recensione 4/5
“Abiku è una parola in Yoruba che significa ‘predestinato alla morte’ (Abi ‘ciò che possiede’ e Iku ‘morte’). Si riferisce agli spiriti dei bambini che muoiono prima di raggiungere la pubertà e allo spirito stesso che ne ha procurato la morte.” Queste sono le parole che ci suggerisce Wikipedia quando proviamo su Google a cercare

Abiku è una parola in Yoruba che significa ‘predestinato alla morte’ (Abi ‘ciò che possiede’ e Iku ‘morte’). Si riferisce agli spiriti dei bambini che muoiono prima di raggiungere la pubertà e allo spirito stesso che ne ha procurato la morte.” Queste sono le parole che ci suggerisce Wikipedia quando proviamo su Google a cercare il termine Abiku. Un nome particolare che a ben vedere poco si adatta con la musica di questi ragazzi di Grosseto. Un po’ di malinconia traspare dal loro primo album intitolato “Technicolor”, ma è componente assai minore rispetto alla gioia che producono nell’ascoltatore e sull’entusiasmo di chi nella musica italiana ancora crede.

Se come me vi troverete ad ascoltare questo cd subito dopo aver ascoltato per giorni il nuovo dei Beach House vi sembrerà di trovarvi di fronte alla versione Italiana del gruppo statunitense. Ad un primo ascolto, infatti, sembra di sentire tutte quelle sonorità dream pop americane, mischiate con dei suoni di band scandinave. Più ci si inoltra nel cd e più invece i paragoni diventano rarefatti. C’è un eco di anni ’60 quasi Last Shadow Puppets. In realtà c’è tutto questo e molto di più in quest’opera che ha il potere di lasciare l’ascoltatore sospeso e sognante.

La cura nei suoni e degli arrangiamenti si nota e si fa apprezzare, tanto più che questo è un album autoprodotto. Questi ragazzi sono capaci a suonare oltre che a scrivere e si sente, una menzione particolare va a Stefano Campagna alla batteria che in pezzi come “Technicolor” regge da solo l’intera struttura e a Edoardo Lenzi per l’intero mondo sonoro che tira fuori dalle sue tastiere.

Molti Rhodes d’annata, archi e un pizzico di psichedelia.

Detto questo non è assolutamente da tralasciare  il fatto che tutti i brani sono cantanti in italiano, lingua che in questo caso non è affatto penalizzante. I testi sono ricercati e mai banali. L’unica pecca, se vogliamo trovarla, sta nella voce e nel non tentare mai troppa varietà nelle melodie, nell’essere a volte quasi secondaria rispetto agli strumenti, una scelta però certamente voluta.

In un’opera che sicuramente risulta omogenea nonostante i tanti stili che si affacciano, “Kittinger” (canzone sugli aeroplani) rimane forse la mia preferita, una canzone d’altri tempi con un ritornello trascinante. “I nostri temporali” strizza l’occhio ai Verdena di “Angie“, con una chitarra acustica a reggere il pezzo insieme ad una voce affogata nell’echo e al pianoforte. In “Nuova Zelanda” si apprezzano i continui cambi di ritmo e le aperture sognanti che all’improvviso ci spiazzano alternando strofe ritmate a spazi dilatati.

Nel complesso l’album suona veramente bene e maturo, una prova d’orgoglio della musica italiana indipendente che riesce a suonare così internazionale nei suoni quanto radicalmente italiana nelle atmosfere e nei testi.

Giuseppe Guidotti


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