Adele – 21

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Pare che Adele, al secolo Adele Laurie Blue Adkins, si sia appassionata alla musica grazie soprattutto alle Spice Girls. Personalmente ho sempre considerato le 5 ragazze speziate fra i fenomeni musicali più molesti di sempre, persino nocivi, eppure così inutili non devono esser state, se per prime hanno stimolato l’immaginazione di un’autrice come lei, che

Pare che Adele, al secolo Adele Laurie Blue Adkins, si sia appassionata alla musica grazie soprattutto alle Spice Girls. Personalmente ho sempre considerato le 5 ragazze speziate fra i fenomeni musicali più molesti di sempre, persino nocivi, eppure così inutili non devono esser state, se per prime hanno stimolato l’immaginazione di un’autrice come lei, che con “21”, suo secondo album, dimostra non solo di saper cantare (quello l’aveva già mostrato nel debutto “19”), ma anche di saper scrivere ottimi pezzi, che spiccano in campo soul/pop/r’n’b per la loro capacità di fondere sensibilità classica (Etta James è un’altra influenza che Adele cita spesso, accanto ad altri nomi quali Jeff Buckley e Tom Waits) e vibrazioni più vicine ai nostri giorni, profondità cantautorale e orecchiabilità mainstream.

Colpisce, in particolare, una certa maturità nel songwriting, insolita per una giovanissima (il titolo del disco, infatti, si riferisce all’età che aveva durante la composizione della maggior parte dei brani presenti). Maturità che la distingue da altre cantanti che bazzicano angoli musicali a lei attigui, principalmente Amy Winehouse (Adele è più dotata in quanto a corde vocali anche se leggermente meno sensuale) e Joss Stone (a livello puramente tecnico siamo lì, ma la Adkins appare più personale nell’interpretazione); e rispetto alla bella Joss, penalizzata da brani piuttosto anonimi, qui le canzoni ci sono. Non solo il primo singolo “Rolling In The Deep”, pop sporcato da una vena blues di gran fattura e perfetto nell’uso di cori e handclapping. Di episodi da ricordare ce ne sono molti altri: la waitsiana “Rumour Has It”, blues rock dall’implacabile incedere con breve intermezzo lirico e soulful; la semi – ballad con archi e pianoforte “Set Fire To The Rain”, scelta come ultimo singolo; la ballad pianistica conclusiva “Someone Like You”, altro singolo che sembra spuntare dal ’71 o giù di lì; le sofferte e strappacuore “Turning Tables” e “Don’t You Remember”, quest’ultima dai tratti folk e altro omaggio ai Settanta. Se tutte le tracce avessero avuto la consistenza di queste, ci saremmo trovati di fronte a un disco in grado di fare la storia della pop music. Sfortunatamente ci sono anche alcuni passaggi a vuoto e una cover, “Lovesong” dei Cure, non proprio azzeccata.

Allora “21” è solo un ottimo disco. Ma non c’è da lamentarsi affatto, Adele rivela di possedere molte altre doti oltre alla bella voce e, rispetto al sophomore album della sua amica Duffy, l’irresoluto “Endlessly”, fa segnare grossi passi in avanti da parte della cantautrice. Sembra proprio che sia qui per rimanere, ancora per molto tempo.

Stefano Masnaghetti

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