Alborosie Sound The System

Alborosie Sound The System 3/5
Sono passati i tempi in cui ci si stupiva dell’exploit di Alberto D’Ascola aka Alborosie, musicista italiano impiantato a Kingston, Giamaica, e diventato uno degli artisti reggae più acclamati a livello internazionale. Quindi saltiamo le presentazioni e andiamo dritti al punto, ovvero al nuovo “Sound the System”, che arriva a due anni dal precedente “2

Sono passati i tempi in cui ci si stupiva dell’exploit di Alberto D’Ascola aka Alborosie, musicista italiano impiantato a Kingston, Giamaica, e diventato uno degli artisti reggae più acclamati a livello internazionale. Quindi saltiamo le presentazioni e andiamo dritti al punto, ovvero al nuovo “Sound the System”, che arriva a due anni dal precedente “2 Times Revolution”. Un album che mette in luce una volta di più le doti di musicista di Alborosie, che mette assieme una serie di tracce dal suono caldo e curato, impeccabili da un punto di vista produttivo. Ecco, impeccabile è un po’ il concetto che riassume “Sound the System”. I pregi, così come i limiti. Perché il disco “suona bene” dall’inizio fino alla fine, rimbalzando tra una sfaccettatura del reggae e l’altra, in aderenza ai canoni classici e alle tematiche del genere, con un agio e una scioltezza che solo un veterano si può permettere e ospiti di prestigio come Ky-Mani Marley e The Abyssinians.

Ma. Ovviamente c’è un ma. E il ma è che a mancare un po’ in questo disco è proprio Alborosie, forse schiacciato dal peso di una tradizione ingombrante. Intendiamoci, ci sono alcuni pezzi davvero notevoli, da “Rock the Dancehall” a “Shut U Mouth”, passando per “Goodbye”, featuring con Nina Zilli dal sapore gradevolmente vintage. Affianco a questi, ce ne sono vari di tutto rispetto. Ma c’è poca roba che spicca e si distingue per originalità. Manca una hit in grado di obbligarti a scuotere il culo come “Mama She Don’t Like You”, o un brano fuori dalle righe come “Camilla”. E non c’è una traccia che ti si impianta nella testa e germoglia come “Kingston Town” o “Herbalist”. Per cui l’album scorre via piacevole, ma scorre e lascia poco. Il che è più di quanto ci si possa aspettare da tanti altri lavori, ma la sensazione è che comunque, da parte di Puppa Albo, non sia abbastanza. In attesa di un disco che faccia davvero la Storia del reggae…

Marco Agustoni


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