Amari Kilometri

Amari Kilometri 3/5

Il viaggio, manco a dirlo, è qualcosa dalla quale non si scappa. Che lo si voglia o no è lì presente, nei gesti, nelle scelte che compiamo ogni giorno – i percorsi non si intraprendo mica a caso, del resto. Fin lì ci siam tutti, la cosa non fa troppo scalpore. Quando però decidi di

Il viaggio, manco a dirlo, è qualcosa dalla quale non si scappa. Che lo si voglia o no è lì presente, nei gesti, nelle scelte che compiamo ogni giorno – i percorsi non si intraprendo mica a caso, del resto. Fin lì ci siam tutti, la cosa non fa troppo scalpore. Quando però decidi di chiamare un album come un’unità di lunghezza del Sistema Internazionale di Unità di Misura, vuol dire che senti il bisogno di focalizzare l’attenzione proprio su quello. Mettiamoci poi il plurale, e allora sa molto di resoconto: degli anni passanti, dei tour, della vita. Riflessioni in musica.

Questo in sostanza è il concetto che sta alla base di Kilometri, settimo album in studio degli Amari, band elettro-pop friulana che negli anni scorsi fece scalpore in particolare con “Le gite fuori porta“, divenendo un cult dell’ancora imberbe scena indipendente italiana. Al tempo venivano lanciati synth a tutto spiano come ci piacevano nel 2007, e frasi che ora potremmo dire da Tumblr, il tutto accompagnato visivamente da personaggi altrettanto in voga all’epoca (vedi Mariottide e Carlo Pastore). Ora però che le barbe sono cresciute, e non solo sui volti, si richiedono certo spunti di più fine fattura agli artigiani della musica underground che, per quanto riguarda il genere al quale tra l’altro gli Amari stessi appartengono, ha trovato esempi illustri nei nomi de I Cani, Offlaga Disco Pax, e Lo Stato Sociale. Insomma, niente male.

E come rispondono i quattro componenti della band di Udine? Non proprio bene, a dire il vero. Ma neanche troppo male, intendiamoci: forse il peggior vizio di questo disco è quello di non uscire mai troppo dai ranghi; non si prende i rischi che potrebbe (e dovrebbe), e di conseguenza il risultato resta fermo su di una sufficienza, oscillante tra un meno e un più a seconda delle idiosincrasie. Messa la museruola ai synth e agli altri strumenti, in tutti i nove pezzi che costituiscono la tracklist appare evidente il peso conferito al testo. Kilometri è a tutti gli effetti un album di introspezione, lo si vede nel primo singolo estratto, “Il tempo più importante“, brano più riuscito dell’intero lavoro, in cui alla componente testuale si accompagna una base musicale tenue a delicata, ma al contempo estremamente catching, che esemplifica al meglio le due direzioni intraprese dal gruppo in questi nuovi brani. Della stessa linea sono gran parte delle altre canzoni che qui si trovano, dall’apripista “Aspettare, aspetterò“, passando per la title-track, e chiudendo infine con “Rubato“: il fatto è che a ognuna di queste canzoni, dietro a un testo ben congegnato, viene però a mancare l’ispirazione melodica che di una band di questo tipo è componente essenziale.

In conclusione, non si può non menzionare un ultimo brano, che del resto non passa certo inosservato, e che, insieme al singolo, contribuisce a tenere in piedi il tutto: “Ti ci voleva la guerra“, è un pezzo in cui le componenti elettroniche godono di un più libero gioco, senza entrare però apertamente in contrasto col timbro posato del disco, e che riesce ancora una volta a combinare quelle due componenti precedentemente indicate, fondamentali per la buona riuscita di un lavoro del genere.

Andrea Suverato

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