Angus & Julia Stone – Angus & Julia Stone

angus-julia-stone-recensione 4/5
Un lavoro preciso, puntuale ma mai eccessivo, come un equilibrato rapporto fra fratello e sorella che, a questo punto, speriamo duri davvero.

Quando ho ascoltato per la prima volta l’album omonimo di Angus & Julia Stone sono rimasto perplesso. Forse perché avevo come retaggio il loro singolo “Big Jet Plane” e l’EP in sordina in cui era confezionato. Forse perché all’annuncio del nuovo lavoro mi aspettavo la solita minestra folk. O forse solo perché non mi sono mai interessato abbastanza alle sorti del duo australiano fratello-sorella.
In ogni caso, il risultato è tutto quello che in positivo non mi sarei aspettato. A differenza dei lavori precedenti, il piede inizia a battere già dalle prime note di “A Hearbreak”, il singolo di apertura, quasi nella speranza che prima o poi i chitarroni esplodano in qualche riff col fuzz. Per quanto questo non succeda, le chitarre sono sempre sapienti, organizzate ritmicamente come solo la produzione di Rick Rubin (Beastie Boys, Johnny Cash e nomi da niente del genere) sa fare.
Le atmosfere tornano a placarsi nei tremolii vintage di “My Word Of It”, con un richiamo a quella tradizione sognante che si è un po’ persa nel dreampop dei primi Novanta. Per ricordarci chi stiamo ascoltando, la quinta traccia “Wherever You Are” è la prima vera ballata che, insieme a “Other Things”, riporta i due fratelli in pieno folk nudo e crudo, quasi cozzando con la pienezza sonora del resto del lavoro. Il risultato, in entrambi i casi, è decisamente più maturo delle ballate che i due si sono lasciati alle spalle, sia a livello di ritmica che di pulizia sonora. Ogni pezzo della composizione si incastra e meraviglia e più che al solito “le canzoni folk sono tutte uguali”, viene da pensare ad un trauma con l’ex.

Le voci sono il collante segreto che unisce la varietà dei pezzi: sempre malinconiche, cantilenate e perfettamente in simbiosi l’una con l’altra, si spartiscono i brani equamente. “Little Whiskey” e “From The Stalls”, tracce consecutive, ne sono gli esempi lampanti, con Angus che ci lascia in mezzo a echi alla Kings Of Leon e Julia pronta a riprenderci subito dopo. L’album continua per la sua strada di orchestrata svenevolezza fino al richiamo corale blues di “Crash And Burn”, in cui chitarre e cori sanno di deja vu auerbachiano e ogni “Will you find me if I crash and burn” è una ferita al cuore. La medicina sta in “All This Love”, guizzo di allegria finale per un lavoro preciso, puntuale ma mai eccessivo, come un equilibrato rapporto fra fratello e sorella che, a questo punto, speriamo duri davvero.


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