Arcade Fire, Reflektor

arcade-fire-reflektor-recensione 3.5/5
Reflektor riesce a confermare ancora una volta la forte e complessa personalità degli Arcade Fire, che continuano a voler stupire. Un disco che ha tante qualità, ma che è lontano dall'essere impeccabile: talmente vario da essere sfuggevole, facile preda di facili critiche.

“Reflektor” è il quarto album in studio degli Arcade Fire. Non perdono la voglia di cambiare, ma per assurdo si ritrovano più spesso a puntare verso le ultime tendenze che non a spingersi verso altri lidi, come sarebbe loro usanza. Difficile rimanere immuni ai ritorni alle radici. Il disco infatti ha un sottofondo decisamente “fine anni settanta”, seppur mescolato ad una ricercata necessità di stupire ad ogni angolo e di stupire ogni volta in modo diverso.

Gli Arcade Fire hanno una personalità complessa e non si dimenticano di mostrarla. Nella lista di canzoni, non ne compaiono consecutivamente due con le stesse caratteristiche. Proviamo a fare un breve e lacunoso elenco di tutto ciò che si trova nell’album: cambi di ritmo dove una dance embrionale corre accanto al tribale, splash di ultime briciole indie rock, pop canzonettaro, elettronica raffinata e citazionista. Si può anche arrivare ad accusarli di essere prevedibili e forzati nella loro voglia di varietà, ma difficilmente risulteranno noiosi. La title track è notevole e ha un bel tiro, ma se si vuole partire da una posizione più rassicurante, bisogna ascoltare”Afterlife”, un’ottima lenta con caratteristiche più simili alle loro opere precedenti.

Reflektor ha tante qualità, ma non è un album impeccabile. È sfuggevole, troppo vario, sicuramente difettoso, lascia spazio alle critiche di chi vede gli Arcade Fire come un gruppo che obbligatoriamente deve piacere, in un momento di carenza di riferimenti musicali a livello internazionale. La triste condanna di essere apprezzati più dai critici che dal pubblico di massa. Loro non fanno nulla per smentirsi, così alla ricerca di un’impronta, ma senza una canzone in cui riconoscersi davvero, quasi fosse una limitazione o un’offesa avere dei “cavalli di battaglia” nel proprio repertorio. Lasciamoli lì, allora, senza paura di dimenticarli. Non diamo loro un ruolo di riferimento, perché non lo vogliono nemmeno avere. Sarà quello il momento in cui la loro musica uscirà a sorpresa, mentre li si ascolta distrattamente in automobile, mentre si cucina la cena o mentre si va ad un festival per ascoltare qualcun altro. O ancora, compariranno sotto alla scena di un film, e ripensandoci faremo fatica a riconoscerli, mentre andremo a casa con in tasca una nuova emozione.

Martino Codogno


Condividi.