Avril Lavigne – Avril Lavigne

1.5/5
Mi saltano in testa due aneddoti appena sento il nome Avril Lavigne. Il primo risale al 2004: facevo l’animatore in una casa vacanze di ragazzini a Lignano Sabbiadoro e il mio turno capitò proprio nel weekend del Festivalbar. Al sabato c’era anche lei, in uno showcase per lanciare anche in Italia il suo secondo disco

Mi saltano in testa due aneddoti appena sento il nome Avril Lavigne. Il primo risale al 2004: facevo l’animatore in una casa vacanze di ragazzini a Lignano Sabbiadoro e il mio turno capitò proprio nel weekend del Festivalbar. Al sabato c’era anche lei, in uno showcase per lanciare anche in Italia il suo secondo disco Under My Skin. Ecco, fece una figura così barbina che fu costretta a ricantare il pezzo, non ricordo quale, almeno due volte perché faceva una stecca sì ed un’altra pure. Il secondo invece risale alla fine del 2002: era appena uscito il debutto Let Go, in un periodo nel quale si chattava di gusto su C6, e della canadese non avevo ancora sentito parlare perché ai tempi ero un adepto della musica del diavolo. Una tizia piemontese, incontrata in una di quelle chat di gruppo dedicate agli “alternativi”, arrivò da un momento all’altro a proporre il nome di Avril Lavigne. “No perché è una dura, è una punk, io ascolto musica alternativa” e altre cazzate di questo tipo. Brani come Complicated e Sk8er Boi, pur non essendo sto granché, avevano comunque un perché.

Tutto questo per dire che il fenomeno Avril Lavigne aveva un senso finché la sua immagine era quella della ragazzina alternativa con i pantaloni bragaloni e il muso da “spacco tutto faccio brutto”. Poi, in un percorso che ricorda molto quello delle teenager che passano dai rasta e le serate al Leoncavallo agli abiti griffati e “le piste a St. Moritz” nel giro di un’estate, la magia è scemata già dal secondo (meno) e terzo (definitivamente) album. E si arriva a questo capitolo omonimo con l’aria di un fenomeno da tirare avanti perché deve andare avanti. Mancano i singoli capaci di trascinare un disco mediocre, ruolo che ebbe una Girlfriend a caso, e le altisonanti collaborazioni si rivelano clamorosi scivoloni. Il pezzo con Marilyn Manson, oltre ad essere né carne né pesce, presenta un eccessivo riverbero della voce frutto di una produzione poco curata e sbrigativa. Let Me Go, scritta in collaborazione con il marito Chad Kroeger, è invece un brano dei Nickelback dove lo scricciolo canadese si relega di fatto un ruolo di secondo piano. E non che il resto sia meglio, anzi.. manco la marchettata per il mercato giapponese, Hello Kitty, convince, in un mix di j-pop e dubstep da brividi (in negativo).

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