Blink-182 – Neighborhoods

blink 182 neighborhoods recensione /5
Appena finisci di ascoltare “Neighborhoods” ti guardi attorno chiedendoti perché alcune band decidono di riunirsi e di non limitarsi ad un lungo reunion tour, ma puntano anche a scrivere e pubblicare un album nuovo. I Blink-182 hanno inciso sostanzialmente un disco piatto, aggettivo che tuttavia non è da prendere nel senso più negativo del termine:

Appena finisci di ascoltare “Neighborhoods” ti guardi attorno chiedendoti perché alcune band decidono di riunirsi e di non limitarsi ad un lungo reunion tour, ma puntano anche a scrivere e pubblicare un album nuovo. I Blink-182 hanno inciso sostanzialmente un disco piatto, aggettivo che tuttavia non è da prendere nel senso più negativo del termine: il lavoro è infatti sufficiente nel complesso, ma manca di mordente e carattere. I tre singoli già pubblicati (“Up All Night“, “Heart’s all gone” e “After Midnight“) sono capaci di riassumere in una manciata di minuti la nuova fatica della band: pezzi senza palesi crolli qualitativi, ma anche senza i picchi di un nome che ci ha abituato in passato a del materiale di qualità. O comunque capace di sfondare grazie a geniali trovate a livello lirico o di immagine (il video di “What’s My Age Again” lo insegneranno ancora oggi nei corsi di marketing musicale).

Di sicuro però il trio californiano è diventato adulto: i brani sono meno scanzonati e il mood è più dark rispetto al passato. Gli arrangiamenti inoltre sono molto curati, grazie anche all’esperienza acquisita da tutti i componenti nel corso degli anni, ed è sempre un piacere sentire il lavoro del batterista Travis Barker, capace di reggere sulle sue spalle un combo che, dal punto di vista strumentale, non ha mai esaltato.
“Neighborhoods” è tutto fuorché un ritorno con il botto: chi si aspettava un nuovo capolavoro si troverà tra le mani una vera e propria delusione. Chi invece, partendo detrattore a prescindere, si attendeva un tonfo clamoroso dovrà rivedere al rialzo la sua opinione.

Nicola Lucchetta

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