Bloc Party Four

3/5
Sono passati ben sette anni da quando i Bloc Party irruppero nella scena musicale inglese e internazionale. Era il 2005, e Silent Alarm imperversava nei club (quelli di un certo tipo, s’intende) e nelle radio con pezzi come Banquet ed Helicopter, diventati ben presto veri e propri manifesti per gli amanti del genere. Nel 2007

Sono passati ben sette anni da quando i Bloc Party irruppero nella scena musicale inglese e internazionale. Era il 2005, e Silent Alarm imperversava nei club (quelli di un certo tipo, s’intende) e nelle radio con pezzi come Banquet ed Helicopter, diventati ben presto veri e propri manifesti per gli amanti del genere. Nel 2007 esce A Weekend In The City, disco che si distacca leggermente dalle luci dei locali (con eccezioni di lusso tuttavia, come The Prayer e la post-aggiunta Flux) dando sfogo alla vena sentimentale di Kele & co. ben presente sin dagli albori (non dimentichiamoci di brani come Blue Light, This Modern Love o Tulips). Con una velocità quasi disarmante ecco che un anno dopo il gruppo londinese sforna il terzo LP, intitolato Intimacy. In meno di due anni i Bloc Party cambiano ripetutamente faccia, e con quest’ultimo lavoro si rendono decisamente più elettronici, imboccando un sentiero che solo Kele percorrerà fino in fondo, col suo disco solista The Boxer, datato 2010 (e il successivo EP, The Hunter).
Sono passati quindi quattro anni, dall’ultimo lavoro in studio del gruppo. Un periodo tanto esteso che molti hanno gridato allo scioglimento, puntando il dito contro uno hiatus stranamente prolungato (e i vari side projects dei quattro membri non hanno fatto che aumentare queste indiscrezioni). I malumori non si erano placati neppure alla notizia (apparsa all’incirca un anno fa) di un ritorno negli studi di registrazione, poiché sembrava confermata l’ipotesi che Kele non fosse più della partita. Poi ecco l’annuncio, i video sulla pagina facebook, le foto del gruppo; ormai è sicuro: i Bloc Party sono tornati, nessuno escluso.
Questa è la storia di Four, quarto album in studio di Kele Okereke, Russell Lissack, Matt Tong e Gordon Moakes, dato in pasto al mondo il 20 agosto 2012 per la Frenchkiss Records.
Dare un’occhiata a quanto è avvenuto in passato è fondamentale per capire cosa sia questo disco, e cosa significhi. Già il titolo presuppone un’organicità nel prodotto che il gruppo vuole offrire ai fan nel prossimo tour: niente più protagonismi, e neppure elementi ombra; qui tutti mettono in mostra cos’hanno da offrire.
Il tempo trascorso dagli esordi è un’altra componente essenziale. Per farvela breve, se volete un altro Silent Alarm, ritornate a sentire quello che già da tempo dovreste avere in camera, e non Four. Non per altro, è che siamo nel 2012 e le cose (anche nel campo musicale) si muovono sempre più in fretta; i sequel convincono sempre meno (e hanno davvero poco senso se sei ormai al quarto album in carriera).
E dopo questa premessa/exploit, diamo un’occhiata più da vicino all’ultimo lavoro dei BP. Si inizia con He begins to lie, in cui la fanno da padrone i riff killer di Russell, tra cui si insinua magistralmente la voce di Kele, e un breakdown puramente shoegaze dal ritmo forsennato. La traccia successiva, 3×3, è senza dubbio tra le più dure da mandare giù per un ascoltatore “attempato” del gruppo: note dissonanti, una batteria in crescendo, e la voce di Kele più dark che mai; questa la prima impressione. E in effetti così si presenta la canzone, munita di un chorus grottesco e al contempo travolgente, in cui il cantante la fa da padrone grazie a un virtuosismo vocale che non è cosa per tutti. In ogni caso a mandare giù quel che c’è da mandare giù ci pensa Octopus, primo singolo estratto dall’album, che è già possibile sentire da un paio di mesi su internet: una chitarra in tremolo, atmosfera minimale, ed un cantato vs farsetto totalmente ipnotico che vi rimarrà in testa già dopo pochi ascolti. Degli accordi in stile RHCP aprono invece un pezzo decisamente più intimista; si parla di Real Talk, il cui testo è direttamente tratto da un racconto breve di Kele. Segue la poco convincente Kettling, dalle spiccate tendenze pop punk, difficilmente accostabili alla band londinese – non è certamente ciò che hanno di meglio da offrire. Ma Kele e soci sanno subito come farsi perdonare, perché dopo questo passo falso la tracklist ci propone una fortunata serie di brani che va a costituire il nucleo pulsante del disco: si parte con la post-rock oriented  Day Four, seconda traccia estratta dall’album, che ci riporta direttamente alle atmosfere di Blue Light, So Here We Are o Kreuzberg – da brividi. Si cambia totalmente genere (ma non la qualità) con la stordente Coliseum: l’intro folk che fa il verso a Loser di Beck si interrompe brutalmente per dare sfogo ad un potente breakdown alla QOTSA, contraddistinto da continue variazioni di tempo e da un climax grandioso in cui Kele racchiude il leitmotiv dell’intero disco (Pain is hopeful/ Pain is holy/ Pain is healthy/ Pain heals). La serie continua con V.A.L.I.S., e riecco tornare le chitarre indie, il ritmo ballerino e pure il ritornello catching: ed è subito Inghilterra. Ritorna il tremolo con Team A, che però questa volta si fa accompagnare da una batteria pestata e da stacchi repentini di chitarra e basso che richiamano direttamente i connazionali Arctic Monkeys. Questa serie davvero notevole termina con Truth, dove i BP mostrano nuovamente (e finalmente) quel lato romantico che ben conosciamo e che tanto è mancato in questi anni. Lo fanno con un tocco nuovo, corredato da synth e giochi di cori (una caratteristica di Four che salta subito agli occhi è quanto questi ultimi abbiano un ruolo importante nella esecuzione dei brani), che porta questa traccia a essere senza dubbio tra le più belle novità di questi Bloc Party 2.012. Si mantiene su un buon livello la Radiohead-eggiante The Healing, pur non possedendo l’appeal delle tracce precedenti; mentre si dimostra alquanto discutibile la scelta della Misfits-like We Are Not Good People come traccia di chiusura: un finale punk poco credibile, che fa un po’ storcere il naso dopo quanto ascoltato in precedenza. Il fatto è che glielo si può perdonare, non tanto perché si è di parte, quanto perché non ci vuole molto a comprendere che sperimentare è ben più rischioso che ricalcare i soliti schemi, soprattutto se bisogna confrontarsi con un passato davvero ingombrante e vistoso. Senza contare che questi quattro ragazzi (ormai trentenni) pur di inserire brani del genere si sono permessi di tenere come bonus track un pezzo del valore di Mean (sentitela, se volete farvi del bene). E’ per tutte queste ragioni che Four può dirsi un grande album, in cui voglia di rimettersi in gioco e qualità del prodotto si legano inscindibilmente, ridonando vigore ad una delle migliori band inglesi dei nostri giorni.
Bentornati.

Voto: 4/5

Andrea Suverato

 

Cosa volessero dimostrare i Bloc Party con questo lavoro in studio, dal titolo poco originale “Four”, anche dopo diversi ascolti rimane un mistero. Sono passati quattro anni dalla loro ultima fatica discografica, “Intimacy”, per intenderci di più di quanto fosse intercorso tra il loro primo album ed il terzo: in questo periodo sono successe un bel po’ di cose. Sembrava infatti che il gruppo si fosse sciolto e, a riprova di tutto questo, vi erano le diverse carriere soliste intraprese con più o meno successo (e dignità) dai vari componenti. Ci possono essere vari motivi che spingono una band a separarsi e poi riunirsi, non è mio il compito di giudicare quale di questi motivi sia il più etico o il più corretto, diciamo solamente che la storia recente non aiuta certo a fare luce su quale sia il vero intento comunicativo del disco.
“Four” è decisamente controverso e caleidoscopico, al suo interno si sentono tante cose differenti, forse troppe. Come detto, sono passati quattro anni dal loro ultimo lavoro e più di sette dai loro esordi, un’evoluzione musicale era più che auspicabile. In questo album però non è chiaro quale sia la strada che i nuovi Bloc Party hanno deciso di prendere. Si passa da momenti in cui sembrano non aver mai abbandonato la linea compositiva di “Silent Arm” a brani in cui sembrano voler rinnegare il loro passato puntando molto sulle chitarre “pesanti” e su una inclinazione quasi screamocore.
I due brani di apertura, “So He Begins To Lie” e “3X3” portano l’ascoltatore verso una nuova dimensione, chitarre grosse e un rock più vicino agli anni ’90 che a quelli ’00. L’unica cosa presente dei vecchi Bloc Party sono le melodie vocali di Kele, le stesse da quattro album a questa parte. È solo un’illusione perché poi arriva “Octopus” e veniamo catapultati verso gli ultimi e non certo brillanti lavori della band. Con “Real Talk” inizia a venirti il sospetto che qualcosa sia andato storto. Altro cambio di genere, ritmiche da Red Hot Chilli Peppers e arpeggi di chitarra alla Radiohead. “Kettling” riporta alti i livelli di cattiveria su un pezzo praticamente alternative rock…
Per dovere di cronaca “Truth”, “V.A.L.I.S.” e “Day Four” sono i pezzi che più si avvicinano ai primi album, quasi ai limiti dell’autoplagio ma insomma, questa è la loro musica, quella che hanno dimostrato di saper fare bene. In conclusione “Four” è decisamente sconclusionato, prende mille strade e non ne percorre nessuna. Non convince per originalità né per coerenza. È un minestrone mal riuscito.

Voto 2/5

Giuseppe Guidotti


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