Bright Eyes – The People’s Key

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Conor Oberst era stato chiaro: fosse tornato ad incidere un disco con i suoi Bright Eyes, l’avrebbe fatto liberandosi di tutti quegli orpelli ‘roots’ che avevano caratterizzato gran parte della loro produzione, incluso l’ultimo “Cassadaga” (2007). Non ne poteva più di quella roba in stile ‘americana’, voleva fare qualcosa di diverso; non ultimo, abbandonare per

Conor Oberst era stato chiaro: fosse tornato ad incidere un disco con i suoi Bright Eyes, l’avrebbe fatto liberandosi di tutti quegli orpelli ‘roots’ che avevano caratterizzato gran parte della loro produzione, incluso l’ultimo “Cassadaga” (2007). Non ne poteva più di quella roba in stile ‘americana’, voleva fare qualcosa di diverso; non ultimo, abbandonare per un po’ il nome grazie al quale era divenuto famoso e fare qualcosa per conto suo – il disco solista del 2008 – o cambiando compagni di viaggio – ad esempio l’album “Monsters Of Folk” (2009), insieme agli amici Matt Ward e Jim James. E, ora che i Bright Eyes sono tornati, “The People’s Key” potrebbe essere la loro ultima opera, poiché Conor non indica alcuna certezza per il loro futuro.

In ogni caso è stato di parola, tanto che il qui presente lavoro sembra sia stato scritto da un’altra band. Di folk, country e altra musica della grande tradizione ce n’è veramente poca, la svolta è stata netta e inequivocabile. Se “Cassadaga” era robusto cantautorato in chiave indie – folk, qui è il pop a prendere prepotentemente la parola. A memoria del passato rimane solo qualche raro accordo della pedal steel di Mike Mogis, il nuovo invece irrompe a colpi di sintetizzatore, tastiere e altri effetti elettronici assortiti, che segnano profondamente vere e proprie canzoni power – pop come “Shell Games” (una sorta di Springsteen semplice semplice, quello della seconda metà degli anni Ottanta) e “Triple Spiral” (che fa pure peggio, scimmiottando nel suo inizio il Morrissey solista), o saltellanti carillon indie – pop quali “Beginner’s Mind” e “Jejune Stars”. A certificare che comunque si tratta sempre di Oberst rimangono alcune ballad, fra cui spicca “Approximate Sunlight”, forse la cosa migliore dell’intero disco.

Provare a cambiare il proprio stile e avventurarsi nell’incerto non è assolutamente biasimevole a priori, anzi. Però può capitare che si sottovalutino i rischi e che da tale sfida se ne esca con le ossa rotte; nel nostro caso, con una manciata di canzoni piuttosto scontate e in alcuni casi addirittura dozzinali. E i Bright Eyes dozzinali non lo sono mai stati, e questo è l’ulteriore problema di un LP davvero debole. Peccato, perché la delirante introduzione dell’apripista “Firewall”, uno spoken word in cui Denny Brewer (Refried Icecream) mischia Einstein, Tesla e alieni con teorie cosmiche, filosofiche, fisiche, religiose e spirituali metteva di buon umore e pareva preludere a un buon trip, e invece leader e band si dimostrano davvero fuori contesto in questa nuova dimensione creativa, segnando in definitiva un nulla di fatto. Peccato, e speriamo che questo non sia realmente l’ultimo cd uscito sotto il marchio Bright Eyes; un complesso del loro valore non si meriterebbe un sigillo finale così modesto.

Stefano Masnaghetti

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